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Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2011 alle ore 07:38.

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ROMA. Una norma che non serve e che ha l'effetto negativo di ridurre ancora di più la capacità dell'Italia di attrarre investimenti. Il decreto anti-scalate deciso dal Consiglio dei ministri è stato inevitabilmente tra i temi di discussione del direttivo di Confindustria di ieri pomeriggio. E rispetto alla mossa del governo c'è stata una presa di distenze, messa nero su bianco in un comunicato, a fine riunione.

«Interventi mirati a singoli casi, come quello contenuto nel cosiddetto decreto antiscalate, non risolvono il problema di fondo», dice la nota. Anzi: «Cambiando le regole del gioco in corso di partita rischiano di indebolire ulteriormente la capacità di attrarre investimenti esteri». Secondo il direttivo di Confindustria (oltre alla presidente, Emma Marcegaglia, erano presenti, tra gli altri, il delegato per gli investimenti esteri in Italia, Giuseppe Recchi, il presidente Bnl Luigi Abete, l'ad di Poste, Massimo Sarmi, il presidente del Veneto, Andrea Tomat) l'interesse per l'Italia da parte di imprese multinazionali è un segnale positivo, visto che finora siamo stati uno dei paesi meno attrattivi. «Un limite grave del nostro Paese, perché gli investimenti delle multinazionali contribuiscono a diffondere nuove tecnologie, alla crescita del Pil e dell'occupazione».

La constatazione del direttivo è che le imprese italiane sono state finora «più prede che predatrici». Una situazione, questa, alla quale va posto rimedio. Pretendendo, scrive la nota, che «l'Unione Europea elimini le asimmetrie che tuttora sussistono nell'applicazione delle regole del mercato interno». E cioè «vanno eliminate le barriere protezionistiche che rendono difficile l'ingresso delle imprese italiane negli altri paesi».

Il riferimento, non esplicito nel testo, è alla direttiva Ue del 2004 che ha fissato regole sulle Opa lasciando però spazi ai Paesi membri di attuare misure difensive nel caso di take over da parte di aziende straniere. Una norma su cui Confindustria anche in passato è stata critica. Al governo, il direttivo ha rivolto un'altra sollecitazione: «Bisogna rafforzare il nostro sistema di imprese per favorirne la crescita dimensionale, le aggregazioni, la patrimonializzazione». In conclusione, l'auspicio che «nell'ambito delle corrette regole di mercato», si possa sviluppare «un polo di riferimento dell'industria alimentare italiana».
Critica sulle decisioni del Cdm è anche Assonime (associazione tra le società per azioni), con l'invito a considerare «i rischi e i costi potenziali» di misure che «modifichino in corso di partita le regole del gioco» e di «dare l'immagine di un Paese in cui la certezza del diritto può essere sacrificata ad interessi specifici».

Il decreto invece va nella giusta direzione per Carlo Sangalli, presidente Confcommercio: no ad un antistorico protezionismo, «ma è ora di definire in Italia i settori stretegici e tutelarli contro chi applica regole asimmetriche». Sostegno al ministro Tremonti anche dall'Alleanza delle Cooperative: «Bisogna mettere un freno - ha detto il portavoce Luigi Marino - allo shopping straniero in settori strategici, come l'agroalmientare, dove dobbiamo preservare l'italianità di importanti gioielli».

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