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Questo articolo è stato pubblicato il 07 giugno 2011 alle ore 06:41.

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MILANO
Il "cervello" informatico delle Poste Italiane, il maxi server che coordina le attività di pagamento degli sportelli, è l'imputato numero uno dei disservizi che in questi giorni hanno mandato in tilt la rete del gruppo. Tutta colpa di un aggiornamento software non riuscito, un'operazione dal punto di vista tecnico semplice e insieme delicatissima che può tramutarsi - come in questo caso - nel peggiore degli incubi.
«La causa di tutto - fa sapere un tecnico delle Poste interpellato dal Sole 24 Ore – è stata identificata nel software di base del server, il database fornito da Ibm che è stato aggiornato per avere più velocità e semplificazione nelle operazioni allo sportello».
In questi casi prima di aggiornare qualsiasi macchina i responsabili dei servizi It sottopongono l'"ecosistema" informatico dell'azienda a diversi cicli di test, che per le Poste sono durati quattro settimane come prescritto dalle procedure standard. Ma qualcosa è andato storto per il "principe" dei server, quello centrale dotato di 200 Cpu, i chip che sono un po' i tanti "cuori" di una macchina informatica. Partendo dal paradosso secondo il quale quella di Ibm sarebbe dovuta essere una piattaforma studiata ad hoc per gli sportelli nostrani. La cronologia dei fatti: il 30 maggio entra in funzione l'update del programma, ma il primo giugno già si riscontrano problemi e molti servizi iniziano ad andare in crash causando il blocco dei pagamenti, per esempio delle pensioni. E poiché, a detta degli ingegneri del gruppo, si trattava di un aggiornamento «importante ma non tale da destare preoccupazioni», sembra che non sia stato effettuato uno studio sui volumi di carico del periodo. Probabilmente un errore se è vero che, comunque, il passaggio del mese è sempre uno scavallamento critico per via delle scadenze di pagamento. «Non ce n'era bisogno – fanno sapere dalle Poste – perché tutto era stato testato e si trattava di un aggiornamento migliorativo».
Ma il problema di questo cyber-caos agli sportelli è stato anche il perdurare dei disservizi che vanno avanti dall'inizio del mese, giorni nei quali comunque si è lavorato «pancia a terra» per risolvere le criticità con un coordinamento diretto tra Roma, Stati Uniti e Canada, sede di uno dei laboratori più importanti di Big Blue. E proprio dal Canada è arrivata una task force di esperti per lavorare sul campo. Le patch fornite da Ibm, in termini informatici le "pezze" prodotte per riparare il software, sono state numerose, ma non ancora sufficienti a risolvere completamente il problema. La quantità di postazioni (60mila) e la complessità del network certo non hanno aiutato, così come i carichi di traffico.
Oggi parlare di responsabilità, sempre dal punto di vista tecnologico, è forse prematuro anche perché Ibm non è l'unica azienda che ha vinto questa commessa con le Poste, ma sono coinvolte anche Hp, la Sistemi Informativi (azienda che fa capo sempre a Ibm) e un'altra società italiana di software, la Gepin Spa. Certo è che dopo quello dedicato all'hi-tech, il prossimo capitolo di questa vicenda sarà quasi certamente di natura legale.

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