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Questo articolo è stato pubblicato il 03 luglio 2011 alle ore 19:36.

Il porno e i teleimbonitori rendono. Anche al fisco. Ammontano infatti a 21 milioni di euro le entrate dell'Erario dalla "pornotax", cioè dall'addizionale del 25% a carico di chi produce materiale pornografico, dei tele-imbonitori e dei produttori di trasmissioni che incitano alla violenza. Il calcolo, al centesimo, è fornito dal direttore generale delle Finanze, Fabrizia Lapecorella, e dal Ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio, con la pubblicazione sulla «Gazzetta Ufficiale» 152 del 2 luglio 2011 del decreto 23 giugno 2011 con l'«accertamento delle maggiori entrate derivanti dall'applicazione delle disposizioni di cui all'articolo 11-quater, comma 2 del decreto legge 1° luglio 2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102» (la manovra di quell'anno).
La "pornotax" è l'addizionale del 25% alle imposte sul reddito sulla produzione, distribuzione e rappresentazione di materiale e programmi televisivi di contenuto pornografico e di incitamento alla violenza, nonché di trasmissioni televisive volte a sollecitare la credulità popolare».
Dopo anni di esistenza solo su carta (è stata varata nel 2006 ma non era mai uscito il regolamento attuativo), la "pornotax" è stata rispolverata tre anni fa con alcune modifiche, come quella dell'incitamento alla violenza o della credulità. Il giro di affari dell'industria pornografica in Italia veniva valutato nel 2008 in circa 1.338 milioni di euro e per gli anni successivi si ipotizzava una crescita media annua del fatturato pari al 5 per cento. Con l'applicazione della "pornotax" si calcolava che nel 2009, tra saldo 2008 e acconto 2009 (perché la tassa entrava a regime a a partire dall'anno di imposta 2008), il gettito di cassa potesse essere (come scritto nella relazione tecnica del governo) di 254 milioni di euro (146,8 nel 2010, 153,8 nel 2011 e 161,7 nel 2012). Quindi si è incassato molto meno.
La "pornotax" ha una storia antica: la propose nel 2002 il deputato dell'allora Forza Italia Vittorio Emanuele Falsitta. Ma nella prima versione non ebbe successo e fu accantonata. Tornò per iniziativa dell'allora relatrice alla Finanziaria, Daniela Santanchè.
Osteggiata dai produttori di porno, la pornotax, come spiegava nel 2006 Riccardo Schicchi, produttore nel mondo della pornografia e dello spettacolo, si sarebbe abbattuta su un settore già in profonda crisi la cui produzione era già stata delocalizzata all'estero. «Noi ci siamo già adeguati e spostati sull'erotico», spiegava. «Ma la nuova tassa riguarderà certamente le altre poche società italiane che saranno costrette a chiudere. Per loro sarà l'ultima dichiarazione dei redditi». Schicchi spiegava anche che il porno made in Italy è tutt'altro che fiorente ma piuttosto si tratta di un settore in crisi: «Tutto il materiale è in mano a clandestini e pirati che chiaramente non pagano le tasse», aveva detto.
Proprio per evitare la scure fiscale, San Marino e i Paesi dell'Est stanno diventando sempre più le basi dove spostare società di produzione e distribuzione dell'industria del porno. In Italia le case di produzione sono una trentina. L'industria del porno dal 2004 si attestava sul miliardo di fatturato annuo. Il giro d'affari – ottenuto rielaborando una ricerca, l'unica, di Eurispes – conterebbe su circa 300 milioni dai siti web commerciali, 250 dalle televisioni, 150 dall'home video, 140 dai video telefonini, 120 dalla prostituzione generata dagli annunci, un centinaio dalle linee hot e via scemando con riviste e sexy shop (altri 100 milioni).
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