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Questo articolo è stato pubblicato il 19 agosto 2011 alle ore 06:39.

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Francesco Profumo, presidente designato del Cnr (Imagoeconomica)Francesco Profumo, presidente designato del Cnr (Imagoeconomica)

Più brevetti e meno pubblicazioni, maggiore spinta agli spin-off, partenariati con le imprese, un tavolo permanente con le fondazioni bancarie e un altro con le regioni. Ma soprattutto, maggiore apertura verso l'esterno, in termini di spazi, fondi, persone, culture. È così che il rettore del Politecnico di Torino Francesco Profumo immagina il «suo» Cnr, di cui diventerà presidente non appena entrerà in vigore la nomina voluta dal ministro Gelmini la settimana scorsa.

«Apriamo i cassetti, e cerchiamo di valorizzare tutto quel che c'è di buono», dice con una battuta Profumo, 58 anni, che a giudicare dalle intenzioni cercherà di replicare nei 109 istituti del Cnr il mezzo miracolo compiuto nell'ateneo torinese, con le multinazionali gomito a gomito con gli studenti nella nuova cittadella politecnica, l'incubatore capace di generare 140 start-up in dieci anni e un bilancio che oggi si regge per appena il 30% sui fondi ministeriali.

Quale futuro immagina per il Cnr?
Deve diventare un grande catalizzatore di saperi, per aiutare le imprese e le università a fare sistema in Italia e ottenere di più in Europa, dove continuiamo a guardare troppo poco. Vista la carenza sempre più strutturale di risorse nazionali, è necessario che il paese reingegnerizzi il suo sistema della ricerca e dell'innovazione, e io mi aspetto che il Cnr ne diventi il traino.

Lei dice: «apriamo i cassetti». Dunque ha l'impressione che il Cnr disponga di un patrimonio poco valorizzato?
Il problema è italiano, dove da sempre si registra una carenza di cultura sulla proprietà intellettuale. Si è abituati a puntare tutto sulle pubblicazioni, che però fanno bene solo a chi le firma: l'obiettivo, invece, deve essere quello di fare gli interessi di tutto il sistema, comprese le imprese. Ma per farlo occorrono i brevetti.

Subito dopo i brevetti arrivano gli spin-off, uno degli strumenti più efficaci con cui la ricerca può diventare innovazione e impresa. Il Cnr, negli ultimi anni, ha favorito la nascita di circa 50 nuove imprese: si può fare di più?
Al Politecnico di Torino, grazie a un incubatore efficiente, sono abituato a vederne nascere tre ogni due mesi: se penso alle dimensioni del Cnr, ci sono tutte le premesse per diventare uno dei motori di crescita per il paese.

Come procedere?
Valorizzando le competenze, che al Cnr non mancano anche in tema di trasferimento tecnologico, e impostando un grande lavoro di formazione alla managerialità per i ricercatori, perché non si diventa imprenditori in una settimana.

Con il nuovo statuto il Cnr ha già compiuto diversi passi verso il mondo delle imprese. È la strada giusta?
A Torino ho avuto conferma di quanto sia importante mescolare il sangue: far lavorare insieme persone che arrivano da mondi diversi aiuta tutti a migliorarsi. Se il rapporto è virtuoso il ricercatore alza la qualità del proprio lavoro e l'impresa diventa più competitiva grazie a risultati decisamente più importanti di quelli che può ottenere in casa.

La strada però si preannuncia lunga: scorrendo gli ultimi bilanci del Cnr, si scopre che su un bilancio di oltre un miliardo circa il 10% delle entrate è arrivato dai privati o dalla vendita di servizi e prodotti. Da dove partire? Quali formule privilegiare nelle collaborazioni esterne?
Per chi fa ricerca l'obiettivo è quello di dotarsi di un link permanente con i propri interlocutori, anche con quelli privati. Per questo credo che lo strumento del partenariato sia una soluzione interessante: pone le premesse per un rapporto di lungo periodo, dentro al quale si può collaborare su più versanti.

Il Cnr farà concorrenza alle università?
Preferisco pensare a forme cooperative. Sempre di più la ricerca chiederà sforzi, in termini di risorse umane e di fondi, che difficilmente un ateneo può mettere in campo: sui tavoli che contano è sempre meglio fare sistema.

Circa la metà delle risorse del Consiglio nazionale delle ricerche oggi proviene da viale Trastevere. Sogna un Cnr meno dipendente dal Miur?
Per forza: sempre di più le strutture pubbliche devono sapersi muovere sul mercato della ricerca. È la stessa sfida che attende le università, ed è l'unico modo per mettersi al riparo da improvvisi black-out dovuti alle criticità ormai croniche dei nostri conti pubblici.

L'ultima mappa dell'ente parla di 109 sedi sparse per l'Italia: un punto di forza o una zavorra?
Per ora non mi posso esprimere, so solo che mi dedicherò a un'attenta analisi della nostra struttura. Certo è che il tema del rapporto con i territori è fondamentale: il Cnr non potrà relazionarsi solo con le istituzioni centrali.

A chi pensa?
Alle regioni, anzitutto. Ma anche alle fondazioni bancarie, un altro soggetto chiave per la ricerca in Italia: con le une e con le altre mi piacerebbe che nascesse un tavolo permanente, che garantisca la stabilità dei rapporti.

Altre priorità?
Un piano strategico che parta dalla situazione attuale e ponga gli obiettivi per i prossimi quattro anni.

Un'ultima parola sul Politecnico di Torino: che tipo di successione immagina?
Lascio una struttura solida, che in questi anni è cresciuta molto. Vedo un ateneo con maggiore consapevolezza di cosa vuol dire essere una grande università internazionale: sono certo che le persone con cui ho lavorato in questi anni sapranno gestire il Politecnico del futuro nella continuità, naturalmente arricchendolo con le proprie sensibilità.

marco.ferrando@ilsole24ore.com
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