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Questo articolo è stato pubblicato il 19 agosto 2011 alle ore 06:39.

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BOLOGNA
Dodici anni fa c'era solo una tesi di dottorato attorno alla quale un docente e tre suoi collaboratori, ricercatori del dipartimento di Ingegneria elettronica dell'Università di Bologna, decidono di mettersi a lavorare per fare impresa. Oggi, allo studio c'è la quotazione in Borsa. In mezzo, nella storia della Silicon Biosystems di Bologna c'è tanta ricerca e innovazione. E anche la fiducia di investitori e fondi di venture capital che hanno creduto nel progetto (mettendo a disposizione nel corso del tempo 19 milioni di capitale di rischio). Il risultato è la creazione di un dispositivo, la piattaforma tecnologica DepArray, in grado di isolare e analizzare le cellule, singolarmente, da un semplice prelievo di sangue.
È il primo al mondo in grado di fare questa operazione i cui sviluppi possono aprire nuove frontiere nella cura dei tumori – con l'analisi delle singole cellule si potrebbero definire terapie oncologiche personalizzate – così come nella diagnosi prenatale, ponendosi come alternativa alla amniocentesi, che comporta un minimo rischio di aborto. «Il cuore della tecnologia è un chip di silicio grazie al quale creare un campo elettrico a basso voltaggio in grado di "catturare" le singole cellule», spiega Gianni Medoro, chief scientific officer e ideatore della tesi di dottorato da cui è nata questa scommessa nel 1999.
Un'intuizione che ha avuto la possibilità di crescere appoggiandosi alle strutture dell'Università di Bologna fino al 2005, quando avviene il salto di qualità. Alla società si avvicina Giuseppe Giorgini, attuale presidente e ceo di Silicon Biosystems, una vita passata nell'industria farmaceutica fino all'approdo nel biotech, con l'avvio della start-up italiana del colosso statunitense del settore, Amgen. La Srl si trasforma in Spa e iniziano gli innesti di capitale da parte degli investitori, fra cui Innogest sgr, Atlante Ventures del gruppo Intesa Sanpaolo e Focus gestioni, del gruppo Banca Marche. «Hanno creduto in noi – dice Giorgini – e questo non è un fattore da poco. Ma i risultati dimostrano che si è trattata di una buona scommessa». Tra il 2007 e il 2011 sono stati investiti in ricerca 10,2 milioni e i brevetti sono arrivati a quota 28. Dalla metà dello scorso anno sono state evase le prime sei commesse: in Italia (il dispositivo è stato acquistato dall'Irst di Meldola, Forlì-Cesena); Germania; Belgio e Stati Uniti. «Stiamo verificando la possibilità di commercializzare il prodotto anche in Gran Bretagna e Francia». Entro fine anno il fatturato dovrebbe superare i 3 milioni.
L'azienda ha 29 dipendenti, di cui 25 nella sede di Bologna e 4 negli Usa, a San Diego. E proprio dagli Usa è arrivato il riconoscimento della validità scientifica di due studi, a Chicago, da parte dell'Asco (American society of clinical oncology) che hanno testimoniato la purezza al 100% della separazione delle cellule e la compatibilità del dispositivo DepArray con l'unico altro esistente, realizzato all'interno della Johnson & Johnson, in grado di contare, ma non di isolare e analizzare, le cellule.
Il break-even è previsto nel 2013. Ma gli occhi sono puntati sulla valorizzazione della società. Per poi approdare a Piazza Affari. Sul capitolo è già al lavoro Equita Sim, come advisor.
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