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Questo articolo è stato pubblicato il 01 ottobre 2011 alle ore 09:33.

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Meno idee, meno strumenti, meno risorse erogate alle aziende. La politica industriale, minata in questi anni dalle esigenze del rigore e dall'indebolimento del ministero chiave, quello dello Sviluppo economico, anno dopo anno devia dal binario delle agevolazioni.

L'ultimo rapporto della società di ricerche Met, sulla base delle rendicontazioni di spesa delle amministrazioni, evidenzia nel 2010 un calo del 9% portando la riduzione a superare il 20% nei primi due anni della crisi. Tutto ciò mentre Francia, Germania, Gran Bretagna aumentavano la spesa per aiuti alle imprese. La ricerca sfata le convenzioni sulla voracità del Mezzogiorno e sull'uso massiccio di interventi a "fondo perduto". Cresce il peso degli interventi a favore della ricerca e innovazione. Drastico il calo degli interventi gestiti dalle Regioni (-20,4% nel 2010).
Il rapporto si concentra su industria e servizi alla produzione, non vengono invece considerate le agevolazioni fiscali o gli interventi dedicati al lavoro (cassa integrazione o formazione). Un'analisi sulla politica industriale stricto sensu che calcola erogazioni per 2,7 miliardi di euro nel 2010, includendo interventi nazionali, regionali e comunitari rivolti a R&S, internazionalizzazione, nascita di nuove attività produttive eccetera.

I conteggi si basano sui metodi applicati in norme della Ue, che portano al calcolo del cosiddetto equivalente sovvenzione lordo che misura l"intensità" dell'aiuto in rapporto all'intero ammontare dell'investimento.
«Va poi considerato il fatto – commenta Raffaele Brancati, presidente Met – che ciò che conta realmente è la somma effettivamente pervenuta nelle casse delle aziende (ovvero l'erogato) e non le promesse o ciò che viene trattenuto in varie amministrazioni o enti di gestione». Troppo spesso la mancanza di "cassa" o la predisposizione di adempimenti o modelli fideiussori troppo stringenti (vedi i clamorosi ritardi sugli incentivi del programma "Industria 2015") hanno rallentato o congelato le erogazioni. Senza contare che, nel biennio della crisi, non sono mancati casi di aziende che, di fronte alle difficoltà del mercato o a maggiori rigidità per l'accesso al credito, hanno dovuto procrastinare decisioni di investimenti per i quali si erano aggiudicati bandi di incentivazione.

Tra il 2002 e il 2010 il valore complessivo delle erogazioni, a prezzi costanti, si è ridotto a quasi un terzo del suo valore iniziale «con importi realmente trascurabili – sottolinea Met – se paragonati con il valore della produzione industriale italiana». Brancati ribalta poi alcune delle tesi più consolidate sul tema: «Se si considerano tutte le risorse a livello nazionale – dice – gli interventi in conto capitale non rimborsabili sono passati dal 59% del totale nel 2005 al 27,5% nel 2010 a fronte di un sensibile aumento dei finanziamenti agevolati e delle forme miste che raggiungono il 48%». Anche limitandosi al Mezzogiorno, la quota degli interventi "non rimborsabili" passa dall'80% del 2005 al 38,7% del 2010. In sostanza, gli strumenti a fondo perduto sono sempre più residuali, a fronte di un maggiore ricorso ai crediti di imposta per gli investimenti o per la ricerca. Nella graduatoria Met, lo strumento prevalente si conferma la legge 808 per l'aeronautica (660 milioni in Esl), seguita dal credito d'imposta per R&S (367 milioni) e dal Far (Fondo agevolazioni ricerca industriale con 119 milioni). Cala il sostegno indistinto alle attività di investimento, cresce quello all'export.

L'aspetto più eclatante – si legge nel rapporto – è rappresentato dal Sud, pur in presenza di programmi comunitari specifici nelle regioni dell'Obiettivo Convergenza, la quota di risorse dedicata al Mezzogiorno, ancora superiore al 65% del totale nel 2006, è scesa lo scorso anno al 37 per cento. A sorpresa, è cresciuto il peso relativo di Piemonte e Lombardia (dal 12 al 22%) e del Triveneto più Emilia Romagna (dal 12 al 24%).

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