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Questo articolo è stato pubblicato il 14 dicembre 2011 alle ore 17:24.

BRUXELLES – Il panico sta iniziando a travolgere l’Eurozona. Italia e Spagna sono entrate in un vortice. Il Belgio sta scivolando in una zona pericolosa. Mentre la Francia viene trascinata verso il basso, il crescente gap tra i suoi rendimenti obbligazionari e quelli della Germania sta mettendo a dura prova la partnership politica che per sei decenni ha guidato l’integrazione europea.

Anche i falchi dell’Eurozona come la Finlandia e l’Olanda stanno respingendo con forza la risacca. Le banche stanno lottando per restare a galla – il loro capitale mostra una lieve tendenza al rialzo man mano che esauriscono i fondi – mentre le imprese che si affidano al credito si trovano nei guai. Sono tutti i segnali che indicano una recessione dell’Eurozona.

Se trascurato, questo panico sulla solvenza sovrana prenderà il sopravvento: esattamente come una banca sana può fallire se va incontro a qualche sventura, anche il governo più meritevole di credito è a rischio se il mercato si rifiuta di rifinanziare il proprio debito. A stento si possono immaginare le conseguenze: default bancari e sovrani in picchiata, una depressione devastante, il collasso dell’euro (e forse anche dell’Unione europea), contagio globale e caos politico potenzialmente tragico. Perché allora i policy maker non stanno facendo tutto il possibile per evitare la catastrofe?

Da quando i rendimenti obbligazionari italiani hanno registrato per la prima volta una frenata all’inizio di agosto, ho creduto che solo un sostenuto impegno da parte della Banca centrale europea per mantenere i rendimenti obbligazionari dei governi solventi a tassi sostenibili avrebbe potuto placare il panico e dare il giusto respiro per attuare riforme in grado di ripristinare la fiducia. Qualsiasi cosa accaduta da allora non ha fatto che confermare questa visione.

Ora che la crisi ha toccato il cuore dell’Eurozona, le risorse necessarie a proteggere gli Stati sovrani più deboli superano i limiti della capacità fiscale di quelli più forti. L’abilità finanziaria non può nascondere che, lanciando una grande ancora di salvezza, rischia di trascinare qualcuno verso il basso. Caricare tutti sulla stessa zattera di salvataggio – mediante eurobond garantiti solidalmente dagli Stati membri – non è al momento una soluzione fattibile a livello legale e si rivelerebbe tossica dal punto di vista politico se attuata prematuramente. Né tanto meno una crisi sistemica può essere risolta con le azioni dei singoli governi – soprattutto perché il panico sta travolgendo la capacità di reazione dei politici. Solamente la Bce dispone ora dei mezzi per salvare l’Europa dall’abisso.

La Bce avrebbe delle valide ragioni per agire: garantire il corretto funzionamento della politica monetaria, prevenire una depressione che causerebbe deflazione, ed evitare il crollo dell’euro. Eppure sinora si è rifiutata di farlo, nascondendosi dietro una foglia di fico legale.

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