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Questo articolo è stato pubblicato il 10 gennaio 2012 alle ore 06:42.

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Strada impervia e tempi risicati per strappare la qualifica di operatore doganale autorizzato, uno status introdotto dall'Unione europea che premia con controlli più rapidi l'affidabilità, certificata, degli attori della filiera. Una selva di soggetti, dalle case di spedizione, ai courier internazionali, alle società importatrici e, per il cargo, finanche una quindicina di società tra corrieri, magazzini intermedi e compagnie aeree.
Nel compilare i nuovi formulari disponibili da lunedì prossimo 16 gennaio, bisognerà garantire la fedina penale immacolata dei rappresentanti legali ma anche dell'intero consiglio di amministrazione (circolare delle Dogane 41/D/2011, che sta per essere confermata dalla direzione della Lombardia, nonchè si veda Il Sole 24 Ore del 7 e 8 gennaio). Toccherà ai funzionari doganali spulciare il casellario per verificare le dichiarazioni ma, specie per le pmi che un consiglio di amministrazione, verosimilmente, non ce l'hanno, resta il problema costi.
Tutto compreso, tocca sborsare qualcosa come 40-50mila euro per mettere a posto le carte necessarie per una sorta di ISO 9001 in cui l'ente certificatore è l'Agenzia delle Dogane ma per la quale è necessario essere assistiti da un consulente ed essere a posto con tutte le procedure interne da riportare rigorosamente per iscritto.
Questo spiega, in parte, il minor numero delle richieste avanzate (e di conseguenza dei certificati rilasciati) in Italia (503), sensbilmente inferiori a quelle della Germania (4.888), dell'Olanda (759), della Francia (606).
«Il capitolo sicurezza è la parte più dura - dice Alessio Barbazza, ad di Magazzini della Brianza spa e vicepresidente dei piccoli di Confindustria Brianza - bisogna spiegare quali precauzioni si sono messe in atto per garantire che la merce non venga “toccata” da soggetti non autorizzati oppure che la documentazione e le informazioni non siano accessibili. Si entra in dettaglio sugli antivirus, sulle password, sull'infrastruttura informatica. Si chiedono garanzie in caso di una eventuale perdita di dati, la disaster recovery, ma c'è da ricordare che il costo di una sala server è di almeno 20mila euro».
È anche vero che, finora, chi ha commesso reati contro l'amministrazione poteva gestire società con depositi doganali (e autorizzata) semplicemente mettendo un altro come rappresentante legale che presentava, a sua volta, la richiesta per operatore autorizzato. Un escamotage impraticabile.
Però è a livello di deposito Iva che i non autorizzati possono avere problemi. Quando un'azienda importa un bene da paese extra-Ue deve pagare dazi e Iva, anche se in quel momento è a credito Iva. Con lo strumento del deposito Iva si permette (in tutta Europa) di importare la merce senza anticipare l'Iva al momento dello sdoganamento. Pagherà l'Iva quando venderà la merce perché emetterà fattura creando un debito Iva. Ovviamente l'Iva viene pagata se il saldo a fine mese è a debito.
Questa procedura è stata praticamente bloccata a settembre 2011 con l'entrata in vigore del decreto sviluppo perchè è stata introdotta la novità che per utilizzare il deposito Iva l'importatore deve dare una fideiussione sull'Iva stessa che non pagata al momento dello sdoganamento. A meno che non abbia l'autorizzazione come operatore Ue.
Commenta Barbazza: «L'utilizzo del deposito Iva è calato, direi, del 90%. Risultato: le Pmi sono costrette a pagare Iva anche se sono a credito. Certo, prima di Natale si è calibrato il tiro: se l'azienda è iscritta alla camera di commercio da un anno, allora può evitare di dare fideiussione per un importo pari all'Iva pagata l'anno precedente. Però ora è tutto fermo e sono passati ormai sei mesi. Con l'esenzione per gli operatori autorizzati che sono una minima parte degli operatori ci si è dimenticati del 95% delle aziende».
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