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Questo articolo è stato pubblicato il 25 gennaio 2012 alle ore 08:43.

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Il barometro segna alta pressione per l'innovazione nel mondo, anche se ancora persistono nubi all'orizzonte. Questo, in estrema sintesi, quel che si evince dalla lettura del secondo "Barometro dell'Innovazione globale", commissionato da General Electric e condotto dalla società di consulenza indipendente StategyOne. Lo studio, condotto attraverso interviste a 3000 dirigenti d'azienda di aziende di 22 paesi di tutti i continenti (Italia esclusa), esamina lo stato dell'innovazione industriale nell'economia globale.

Obiettivo dichiarato: identificare fattori che stimolano o ostacolano l'innovazione, e analizzare le sfide conseguenti.

Le aziende continuano a pensare che l'innovazione sia il driver principale per crescita, competitività e creazione di lavoro. Tra il dire il fare però c'è di mezzo uno scenario che non aiuta: l'88% delle aziende ha difficoltà ad accedere a fondi esterni, il 77% riduce in varia misura la propensione al rischio. Insomma, il momento mette a dura prova la stessa capacità delle aziende di innovare, anche se resta forte la convinzione su tutto quel che di buono l'innovazione promette e permette. Da qui, l'invito dei ricercatori a non mollare, e che governi e le imprese non si limitino a tagli senza futuro, ma facciano la propria parte per supportare il fragile ecosistema dell'innovazione.

Tornando a bomba, per i manager intervistati, innovazione e competitività sono più connesse che mai. Non a caso, i paesi in cui le politiche incentrate sulla innovazione hanno registrato tassi di crescita più sostenuti. Per Il 92%, l'innovazione è il fattore principale per aumentare il tasso di competitività delle economie nazionali, per l'86% è il modo migliore per creare posti di lavoro. I dirigenti di Israele, Emirati Arabi Uniti, Svezia e Singapore riportano livelli di soddisfazione più alti nei confronti delle politiche di innovazione dei rispettivi paesi, mentre Giappone, Russia, Polonia e Francia risultano i più "insoddisfatti". Un peccato, perché lo studio dimostra anche che i mercati in cui le aziende sono più soddisfatte delle politiche a supporto dell'innovazione registrano una maggiore crescita del Pil (5,19 % in media) rispetto a quelli dove le politiche a sostegno sono percepite più deboli (2,32%). E ancora, la ricerca rileva come gli investimenti interni delle imprese nell'innovazione, dai budget stanziati per R&S alla ricerca di nuovi prodotti o modelli aziendali, siano particolarmente a rischio quando la comunità imprenditoriale percepisce una forte debolezza delle politiche governative a sostegno dell'innovazione.

L'indagine rileva anche che le imprese stanno superando il tradizionale modello "chiuso" d'innovazione per adottarne uno del tutto nuovo basato sulla collaborazione tra i diversi partner, in grado di valorizzare il potere creativo delle piccole organizzazioni e degli individui, e di proporre soluzioni su misura per soddisfare esigenze locali. Qui il report affronta interessanti discorsi da massimi sistemi: i manager intervistato convengono che le grandi innovazioni del 21° secolo riguarderanno la condivisione del valore, l'attenzione alle esigenze umane e agli utili. Il tutto in contrapposizione al totem del profitto. L'88% afferma che il modo in cui le proprie imprese faranno innovazione sarà completamente diverso rispetto al passato, il 77% riconosce che i professionisti e le piccole-medie imprese sapranno essere innovative quanto le grandi imprese, il 73% si dice convinto che l'innovazione sarà guidata dalla creatività delle persone più che dalla ricerca scientifica. Il report pone in rilievo uno scollamento tra l'importanza delle partnership e la necessità di perseguirle nel breve termine. L'86% dei manager intervistati infatti ritiene che le partnership siano un elemento importante del nuovo modello d'innovazione, ma solo il 21% pensa che la ricerca di un partner sia una priorità nel breve.

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