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Questo articolo è stato pubblicato il 13 febbraio 2012 alle ore 06:38.

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Chiara Bussi
Non solo Fiat con Chrysler. Sono almeno 15 le aziende italiane che dal 2008 al 2011 hanno fatto il "grande salto" rilevando concorrenti estere in difficoltà più o meno gravi o rese più fragili dalla crisi. Non colossi come il gruppo del Lingotto, ma piccole e medie imprese che hanno fiutato l'occasione e sono riuscite ad aggiudicarsi marchi collaudati per rafforzare la propria presenza sui mercati internazionali, spesso a prezzi "da saldo". Lo shopping del rilancio non predilige un unico settore, ma va dal tessile alla pelletteria, passando per la chimica, la meccanica e il software medicale. I numeri sono piccoli, ma significativi, perchè rappresentano il 5% di tutte le operazioni di M&A realizzate dalle aziende italiane all'estero che secondo Kpmg si sono attestate a quota 274 nei quattro anni considerati.
«Finalmente c'è un risveglio», dice Alessandra Lanza, responsabile Analisi e Ricerche economiche di Prometeia. «Le imprese italiane di grandi dimensioni – continua – sono state molto attive al l'estero fino ai primi anni '90, poi il processo ha subìto un rallentamento. Con la crisi, l'industria si è molto ridimensionata e ha dovuto ritrovarsi e ricostituirsi. A fare da traino sono oggi le medie imprese: quelle che hanno saputo amministrare bene le risorse finanziarie, riescono a cogliere nel mercato estero un'opportunità di crescita». La destinazione preferita per lo shopping del rilancio è la Francia: ben 12 operazioni sono state effettuate Oltralpe. «Il nostro Paese – dice Hervé Pottier, direttore dell'ufficio italiano dell'Agenzia francese per gli investimenti internazionali (Afii) – è aperto alle imprese italiane e negli ultimi anni il recupero delle aziende francesi in difficoltà costituisce una modalità operativa privilegiata per gli investitori italiani». Le operazioni di acquisto con rilancio da parte di imprese della Penisola rappresentavano infatti il 18% dei progetti made in Italy realizzati in Francia nel 2008, il 10% nel 2009 e il 16% nel 2010, una percentuale quasi doppia rispetto al resto del mondo. Tra questi la bolognese Sergiolin (pelletteria di alta gamma), che nell'aprile 2010 si è aggiudicata Lamarthe, storico marchio fondato nel 1930, finito in amministrazione controllata. Oppure B4 Italia (fonderia di precisione), che nel 2008 ha rilevato Fumel D, in fallimento, per la cifra simbolica di un euro. In alcuni casi, a favorire l'investimento è anche un sistema di incentivi. Come nel caso di Agrati, leader italiano nella bulloneria e sistemi di fissaggio, che nel 2010 ha acquisito 4 stabilimenti di Acument Global Technologies e grazie al Fondo per il sostegno all'industria dell'automobile ha salvaguardato circa 800 posti di lavoro. In Germania ha fatto scuola la piemontese Sambonet che nel 2009 ha scommesso sulla rinascita del glorioso gruppo di porcellana ormai agonizzante Rosenthal. E lo scorso anno ha raccolto la sfida Sinterama (si veda l'articolo in basso). «I tedeschi – dice Claudia Nikolai, segretario generale della Camera di Commercio italiana per la Germania di Francoforte – sono i più grandi clienti e i maggiori concorrenti. Riuscire fare acquisizioni a prezzi appetibili dà un grande vantaggio competitivo e consente un accorciamento della catena».
Anche chi scommette sugli Usa, rileva Frank Ferrante, legale che assiste le Pmi italiane Oltreoceano, «cerca un punto di approdo per diversificare i mercati di sbocco. Qui giocano a favore leggi più flessibili e amichevoli per le aziende».
Queste operazioni sono invece più difficili in Cina. «La ristrutturazione di un'impresa cinese in crisi – spiega Marco Carone, a.d. di China Milan Equity Exchange, che facilita le M&A tra Cina ed Europa – richiede non solo un notevole dispendio di risorse organizzative, ma anche una profonda conoscenza del mercato locale ed esperienza nella gestione dei rapporti con le autorità amministrative». Non mancano però le opportunità. «In alcuni casi – aggiunge Carone – può risultare conveniente acquisire singoli asset o rami aziendali di imprese cinesi, quando si riconosce l'esistenza di potenzialità inespresse che potrebbero essere valorizzate».
Rilevare un'azienda in difficoltà, spiega Marco Mutinelli, responsabile della Banca Dati Reprint del Politecnico di Milano, «è più facile che avviare un'attività ex novo e consente di rimodellare l'impresa acquisita secondo le proprie esigenze. Partendo da una situazione di debolezza, i risultati non possono che essere in miglioramento». Lo shopping del rilancio non va però preso sotto gamba. «Quando si acquista un'azienda in difficoltà, anche all'estero – avverte Federico Bonanni, partner di Kpmg e responsabile della divisione Restructuring – oltre alle tradizionali business due diligence (finanziaria, fiscale, legale) serve sempre di più quella che si chiama management due diligence, perché l'azienda avrà bisogno di un turnaround operativo ed è necessario un management di qualità».
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