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Questo articolo è stato pubblicato il 13 febbraio 2012 alle ore 06:45.

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Agli interventi di trasformazione urbana si accompagna la necessità di integrare le reti, i servizi e le altre opere – cosiddette di urbanizzazione – che rendono vivibili le città. La legge prevede l'alternatività tra il pagamento del relativo contributo (sarà poi il Comune a costruire le infrastrutture necessarie al quartiere) e la realizzazione delle opere di urbanizzazione a scomputo da parte del privato interessato all'operazione immobiliare.
Trattandosi di opere pubbliche o di pubblico interesse, il sistema nazionale e sovranazionale prevede però che le stesse siano appaltate secondo le procedure a evidenza pubblica e nel rispetto del Codice dei contratti pubblici, con aggravio di tempi e costi in capo al committente privato.
Sul punto – spesso decisivo nella realizzazione degli interventi di riqualificazione urbana – è intervenuto da ultimo il decreto salva-Italia (Dl 201/2011, convertito dalla legge 214/2011). Secondo le nuove norme, le opere di urbanizzazione primaria a scomputo degli oneri possono ora essere realizzate direttamente dal soggetto attuatore se l'importo dei lavori è inferiore alla soglia comunitaria.
È stato così inserito all'articolo 16 del Dpr 380/2001 (Testo unico edilizia) un nuovo comma, in base al quale «nell'ambito degli strumenti attuativi e degli atti equivalenti comunque denominati, nonché degli interventi in diretta attuazione dello strumento urbanistico generale, l'esecuzione diretta delle opere di urbanizzazione primaria di cui al comma 7, di importo inferiore alla soglia di cui all'articolo 28, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, funzionali all'intervento di trasformazione urbanistica del territorio, è a carico del titolare del permesso di costruire e non trova applicazione il decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163».
Il percorso della normativa in questione trae origine dalla sentenza 12 luglio 2001, C-399/98, mediante la quale la Corte di giustizia ha affermato il principio in base al quale la direttiva 93/37/Cee impedisce l'esistenza di una normativa nazionale che – al di fuori delle procedure previste dalla stessa direttiva – consenta al titolare di una concessione edilizia o di un piano di lottizzazione di realizzare direttamente un'opera di urbanizzazione a scomputo del contributo, nel caso in cui il valore dell'opera eguagli o superi la soglia fissata dalla direttiva.
La Corte di giustizia si è poi espressa sul tema con sentenza 21 febbraio 2008, C-412/04, mediante la quale ha, tra l'altro, chiarito che il legislatore comunitario ha scelto di lasciare gli appalti sotto soglia al di fuori del regime di pubblicità, non imponendo alcun obbligo relativamente a essi.
A fronte di tali pronunce, con il Dlgs 152/2008 (terzo correttivo) il legislatore italiano si era autonomamente determinato a estendere l'obbligo della procedura di evidenza pubblica, seppur semplificata, anche all'affidamento delle opere di urbanizzazione sotto soglia. La previsione riduceva però l'interesse del costruttore ad avvalersi della possibilità di realizzare opere a scomputo, che era infatti legata alla possibilità di gestire i tempi dell'esecuzione delle opere.
Con il salva-Italia, il legislatore ha accolto tali contestazioni, riuscendo a raggiungere quell'obiettivo che era sfumato in sede di conversione in legge del decreto sviluppo (Dl 70/2011) quando una norma simile (non identica) era stata soppressa. La conseguenza è che le opere a scomputo tornano a essere un'opzione praticabile – e in alcuni casi vantaggiosa – per chi effettua interventi di riqualificazione.
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