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150 candeline per ricordare che lo stato siamo noi

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Questo articolo è stato pubblicato il 07 gennaio 2011 alle ore 22:36.

Se 150 anni vi sembran pochi, forse non avete tutti i torti. Se l'unità nazionale è ancora una creatura acerba, nonostante abbia un secolo e mezzo di vita sul groppone, dev'esserci pure una ragione. Intanto si moltiplicano gli effetti di questa condizione, ciascuno può stilarne un inventario. La reazione scomposta del ministro Bossi alle parole pronunciate dal presidente Napolitano sulla necessità di rispettare il tricolore. Il caso Battisti, con la sua coda di reazioni goffe e tardive da parte del governo, mentre i partiti inscenavano proteste davanti a pochi passanti infreddoliti (a Firenze cinque in tutto), e badando bene a non confondere le truppe.

Insomma uniti sì, ma senza esagerare. La commistione fra pubblico e privato, riassunta dalla doppia residenza da cui governa Berlusconi: in quella pubblica (palazzo Chigi) incontra gli ospiti stranieri, in quella privata (palazzo Grazioli) riceve i suoi ministri, mentre ai sindaci tocca viaggiare fino ad Arcore, com'è successo a Renzi. La sfiducia nelle istituzioni del paese da parte delle stesse istituzioni: l'ultimo episodio si deve al ministro Bossi, che ha trovato un arredo di microspie sotto i tappeti, e tuttavia non ha sporto denuncia perché si sa, non serve a nulla.

Ma almeno in questo il sentimento del popolo votato riflette quello del popolo votante. Un anno fa l'Eurispes stimava al 39% il grado di fiducia che gli italiani accordano alla Repubblica italiana. Basso, ma pur sempre un po' di più rispetto all'anno prima. Invece nel corso del 2010 l'ago del sismografo è precipitato sottoterra. A giugno la Fondazione NordEst ha registrato un calo di fiducia degli imprenditori su tutte le grandi istituzioni, dal governo (23 punti in meno) alle regioni (quelle meridionali vengono bocciate da 3 persone su 4). A settembre la Confesercenti ci ha raccontato che peggiora anche il tasso di gradimento dell'opposizione (un misero 11%), dei sindacati (15%), delle banche (9%). A novembre l'Indice di fiducia dei lavoratori dipendenti sulle istituzioni nazionali e sovranazionali si è fermato al 23%. Senza contare le accuse solitarie, come quella del presidente dell'Associazione caduti di Piazza della Loggia, che ha dichiarato tutto il suo disappunto nei riguardi dello stato, dopo l'ennesimo processo per strage concluso con un'assoluzione.

Eccolo infatti il solo afflato unitario di cui siamo capaci: un sentimento di ripulsa, una scomunica corale verso tutto ciò che è pubblico, di tutti. Qui davvero non c'è troppa differenza fra i milanesi sondati dall'Istituto Piepoli, che nel 2011 punteranno sulla famiglia per difendersi dalle angherie di stato; i napoletani intervistati dal Mattino, che dopo mesi di monnezza nelle strade pensano che il sindaco sia una figura inutile, una poltrona da abolire; o magari il 71% di sanniti che diffida dei controlli sulla sicurezza alimentare, come attesta un'altra indagine appena divulgata.

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Tags Correlati: Confesercenti | Eurispes | Giustizia | Piepoli | Transparency International

 

Hanno (abbiamo) tutti torto? Può darsi, anche se Transparency International ha misurato un milione d'italiani coinvolti in fatti di corruzione, per ottenere permessi o per le utilities, per prestazioni sanitarie o giudiziarie, per ogni servizio erogato dallo Stato. Naturale che poi 4 italiani su 5 ritengano corrotto il Parlamento, non meno che la stampa, la tv, le imprese.

C'è allora una lezione che dovremmo rammentare, nell'anno del nostro compleanno collettivo. Lo Stato è una finzione del diritto, un'entità astratta senza gambe, né muscoli, né denti per sorridere. Eppure questa finzione plasma l'identità di un popolo, o meglio la rende possibile di fatto, perché trasforma il popolo in un'istituzione. Siamo noi, lo Stato. Siamo noi, le istituzioni che bruceremmo volentieri in un falò. Sicché c'è del paradossale nella malattia che ci contagia, nel malanimo verso lo Stato, e dunque verso l'unità degli italiani. Perché altro è denunciare un'ingiustizia o un disservizio, altro è al limite la rabbia; altro è la sfiducia, il disinteresse, il divorzio fra popolo e Palazzo.

Può aiutarci una norma scritta sessant'anni addietro, per ritrovare il filo di quest'unità perduta? È una norma sconosciuta ai più: l'articolo 54 della Costituzione. In primo luogo pone ai cittadini «il dovere di essere fedeli alla Repubblica»; ma se tua moglie, ormai, non la guardi più neppure in faccia, difficilmente le sarai fedele. In secondo luogo reclama «disciplina ed onore» nell'esercizio delle funzioni pubbliche, dunque nel mestiere cui si dedicano i nostri governanti; i quali tuttavia, negli ultimi anni, devono essersi distratti, oppure non hanno tempo da sprecare in codici e pandette. E invece no, troviamolo un po' tutti questo tempo. Anche se 150 anni ci sembran pochi.

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