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Entro il 2013 l'India correrà più forte della Cina

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Questo articolo è stato pubblicato il 30 settembre 2010 alle ore 17:46.

Il Pil della Cina, che da agosto è la seconda economia del mondo. è quattro volte quello dell'India, ma il ritmo di crescita della seconda grande economia emergente del mondo potrebbe presto superare quello della Repubblica popolare. Secondo l'Economist questo avverrà entro il 2013. Altri sono convinti che il sorpasso potrebbe arrivare ancora prima e che, nei prossimi 25 anni, l'economia indiana correrà più velocemente di ogni altra nazione al mondo.

Sono vari i fattori che spiegano questo fenomeno. Uno è quello demografico. La forza lavoro della Repubblica popolare - scrive l'Economist - è destinata a invecchiare progressivamente, a causa della rigida politica di controllo delle nascite (una famiglia un figlio). In India Indira Gandhi provò a limitare l'espansione demografica negli anni '70 introducendo un programma di sterilizzazione, ma fu travolta da un'ondata di proteste popolari. Il risultato è che in India il rapporto tra bambini, anziani e adulti lavoratori è tra i migliori al mondo. In definitiva, per il settimanale britannico, il «dividendo demografico» è più consistente.

Chi fa un confronto tra Cina e Indianon può non prendere in considerazione l'aspetto politico. Una è una dittatura, l'altra una democrazia. Questo può essere un fattore di rallentamento per un'economia in rapida crescita. Nell'autoritaria Cina, se bisogna costruire un ponte, una strada o spostare un villaggio per far posto a una diga, le autorità si muovono senza farsi troppi scrupoli. Un lusso che non si può permettere l'India. Le autorità devono fare i conti con gli umori e gli interessi dei propri elettori. Normali problemi di governabilità, si dirà, comuni a tutti i paesi democratici. Peccato che l'India abbia circa un miliardo e 10 milioni di abitanti, e che nel Paese si parlino 1652 dialetti diversi...

A dispetto dell'instabilità politica, l'India - fa notare l'Economist - può vantare su un settore privato estremamente dinamico. Dal 1990, anno in cui il paese si è aperto al commercio estero, l'economia del paese continua a galoppare. In questi anni sono cresciute legioni di uomini d'affari in tutto il Paese. Grazie al fatto che gran parte degli studenti diplomati parla correntemente inglese, la nuova classe dirigente ha molte meno difficoltà a coltivare relazioni internazionali. Le idee in India circolano liberamente in rete a differenza della Cina in cui la censura ingabbia le comunicazioni e fa proliferare gli hacker.

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Rispetto ai colleghi cinesi poi, gli imprenditori indiani sono molto meno dipendenti dallo Stato e questo, alla lunga, potrebbe fare la differenza. «Le fortune di un capitalismo di stato come quello cinese - scrive il settimanale britannico - dipendono ampiamente dalle capacità dei loro governanti». In positivo, come in negativo. Semplificando si può dire che una cattiva legge fa potenzialmente meno danni in India che in Cina. Finora i cinesi sono stati fortunati, ma, scrive il settimanale, «se dovesse comparire un altro Mao Tse Tung, non ci sarebbe alcun sistema di sbarazzarsi di lui».

«In India - scrive l'Economist - le strade sono atroci, il trasporto pubblico è una disgrazia. Gran parte dei dinamici imprenditori del paese, più che con la concorrenza, deve vedersela tutti i giorni con un traffico infernale. C'è un gravissimo problema di corruzione. Anche in Cina c'è ma qui è stato più facile risolverlo (perché Pechino si fa meno scrupoli a usare metodi brutali come la fucilazione...)». Oggi come oggi quindi, se un'azienda dovesse scegliere in che paese investire, sceglierebbe molto probabilmente la Repubblica popolare. Ma nel lungo periodo la qualità dell'India (nel senso di istruzione e capacità della sua classe imprenditoriale) avrà la meglio sulla quantità della Cina.

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