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Questo articolo è stato pubblicato il 18 marzo 2011 alle ore 09:09.

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Nell'arco della crisi, dal Maghreb al Golfo Persico, sono concentrati i due terzi delle riserve energetiche mondiali ed è in gioco una partita geopolitica decisiva. Anche l'Arabia Saudita rischia un'implosione?
L'Arabia Saudita è una monarchia assoluta, anche se il governo dispone di grandi risorse economiche per contenere i disagi e le proteste della gente. Ma presto o tardi non si possono escludere disordini sociali o tumulti popolari. L'America sta cercando di convincere Riyadh ad avviare un percorso di liberalizzazioni, per esorcizzare il rischio di una rivoluzione. Ma i sauditi sono ostinati e, finora, non sembra intendano accelerare il passo delle riforme.

In questo scenario potrebbe essere l'Iran a trarne vantaggio, conquistando una leadership regionale, a danno dei due alleati tradizionali degli Usa, Israele e Arabia Saudita?
Non prevedo un'egemonia regionale di Teheran. Anche il regime iraniano, in un prossimo futuro, potrebbe trovarsi di fronte una rivolta interna. La primavera araba è una "bad news" per l'Iran e al-Qaida, perché i giovani in Nord Africa e Medio Oriente, disoccupati ma istruiti, hanno aspirazioni differenti, spingono per la modernizzazione economica e non a favore dell'élite teocratica al potere a Teheran.

Resta a tutt'oggi l'incognita della Libia...
In Libia Gheddafi ha perso la legittimità del suo potere, ma la comunità internazionale non ha saputo ancora trovare una via d'uscita. L'opposizione interna libica non è organizzata per avere successo, come invece è avvenuto in Tunisia e in Egitto, per cui è prevedibile un periodo, anche lungo, di agitazioni sociali. Tocca alle maggiori potenze, con l'avallo del Consiglio di sicurezza Onu, definire oltre alle sanzioni, eventuali azioni di tipo militare per impedire al colonnello Gheddafi di compiere rappresaglie sulla popolazione civile.

La settimana scorsa "Time" è uscito con una copertina "double face" basata su due opzioni: "L'America è in declino" oppure "L'America è ancora il n.1 nel mondo". Qual è la sua risposta al quesito?
La quota Usa del Pil mondiale può scendere dal 25 al 20%, a vantaggio della Cina o di altre nazioni emergenti in Asia o in America latina, ma gli Stati Uniti sono una grande democrazia, dispongono di università al top della scienza, della ricerca e della cultura, il dollaro rimane la moneta più importante del mondo. Io resto ottimista sul futuro dell'America. Soltanto quando la Cina avrà un sistema finanziario moderno, una valuta convertibile e accettata internazionalmente, istituzioni democratiche, potrà reggere il confronto. Né può più dirsi una superpotenza la Russia, con una popolazione in calo e problemi politici interni. La Russia ha grandi risorse energetiche, potrà svolgere un ruolo responsabile e costruttivo nella comunità internazionale, ma non ci sarà più una diarchia Mosca-Washington come ai tempi della Guerra fredda.

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