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Questo articolo è stato pubblicato il 07 maggio 2011 alle ore 14:53.

Franco Bernabè, presidente esecutivo di TelecomFranco Bernabè, presidente esecutivo di Telecom

E allora dobbiamo chiederci: sul mercato interno le tlc hanno un problema di business congiunturale o devono affrontare una situazione di cambiamento strutturale? La risposta ovviamente è la seconda. Telecom Italia è partita prima di tutti gli altri su questa strada: ridurre i costi è stata ed è una politica di attacco, non di difesa. Chi non l'ha fatto si troverà in difficoltà in futuro. La Borsa, fino a poco tempo fa, ha vissuto di illusioni – si valutavano le società su multipli di fatturato – oggi invece si comincia a pensare che quel che conta è la cassa che si è in grado di generare. Con il costo della tecnologia che continua a diminuire e la concorrenza sempre più accesa i ricavi non possono crescere, bisogna ridurre i costi. È grazie a questo che Telecom per tre anni ha mantenuto lo stesso livello di Ebitda e ha ridotto i debiti. L'indebitamento netto è passato da quasi 37 a una cifra che alla fine di quest'anno inizierà con il 2.

Ci permettiamo di insistere: e l'aumento di capitale? Prima o poi occorrerà sostenere la crescita all'estero.
Bernabè. Non abbiamo in programma di ricorrere agli azionisti: il tema non si pone neanche in termini ipotetici. In Brasile stiamo preparando la struttura del capitale per utilizzare la quota in eccesso ai fini della crescita, là dove ce n'è la possibilità e, dunque, solo in Brasile. Lo spostamento di Tim Participaçoes sul Novo Mercado del Bovespa, dove possono essere quotati solo titoli ordinari di società con elevati standard di governance, testimonia che in Brasile ci siamo e vogliamo crescere. Quanto all'Argentina, la situazione è differente: lì, dopo la crisi del Paese, Telecom Argentina era in una condizione di fortissimo indebitamento, oggi ha una posizione di cassa attiva e il suo consolidamento in Telecom Italia permette di ribilanciare la struttura finanziaria del gruppo.

A proposito di Tim Brasil, perché avete rinunciato a chiedere un conguaglio monetario per la conversione delle azioni privilegiate in ordinarie e come cambia la quota di Telecom di conseguenza?
Mangoni. La quota di Telecom resta analoga a quella di adesso, intorno al 67%, la conversione è a premio per le ordinarie e la diluizione di terzi poco rilevante. Il titolo diventerà però più liquido grazie a questa operazione. Il conguaglio monetario non era necessario: Tim Participaçoes ha un debito bassissimo che si ridurrà fino a sparire nell'arco di due anni. E abbiamo voluto seguire un approccio non aggressivo nei confronti dell'azionista privilegiato. Tant'è che il mercato ha apprezzato, visto che all'annuncio il titolo ha guadagnato il 12%.

E invece i rapporti con gli azionisti di Telecom Italia? Come può convivere un socio industriale con una compagine di azionariato finanziaria, con interessi a volte contrapposti?
Bernabè. Il nostro azionariato è fatto di grandi istituzioni. Telco era entrata in Telecom prevalentemente per difendere l'interesse nazionale. Oggi ha una prospettiva più chiara e sono sicuro che saprà accompagnare la crescita del gruppo nell'ottica della tutela di un asset che resta fondamentale per il Paese. Una riprova è l'assetto di vertice che è stato sostenuto dagli azionisti. Al rinnovo del mandato, sono stato riconfermato io e Marco Patuano è stato incaricato di focalizzarsi sul mercato domestico che richiede un'attenzione costante, consentendo a me di concentrarmi sulle strategie che poi sono quelle che indicano la tabella di marcia. Oggi c'è un rapporto molto positivo tra azionariato e management.

Il bilancio è gravato da imponenti avviamenti, nell'ordine dei 40 miliardi, per le fusioni infragruppo. Sono ancora congrui questi valori?
Bernabè. Gli avviamenti sono sottoposti a procedure di impairment molto rigorose e finora non si è evidenziata l'esigenza di svalutarli. Ma gli analisti guardano a quanta cassa genera il business, non al rischio di svalutazioni contabili. Vodafone, per esempio, ha svalutato goodwill per parecchi miliardi, senza soffrire in Borsa.

Fino a che punto il problema del goodwill è irrilevante? Se si presentasse la necessità di una svalutazione importante potrebbe essere compromessa la capacità di distribuire dividendi.
Bernabè. Nel piano abbiamo promesso che ridurremo il debito fino ad arrivare a un rapporto net debt/Ebitda sotto quota 2 a fine triennio e che aumenteremo gradualmente il dividendo. Confermiamo che sosterremo una crescita prudente del dividendo. La questione degli avviamenti è irrilevante sotto questo profilo, perché le riserve disponibili sono più che ampie.

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