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Questo articolo è stato pubblicato il 07 maggio 2011 alle ore 14:53.
Franco Bernabè, presidente esecutivo di Telecom
Bernabè. Fino all'introduzione, quest'anno, della record date molti fondi non si presentavano in assemblea. Oggi quelle stesse minoranze hanno ottenuto tre consiglieri, una presenza positiva. Cercheremo di fare altri passi in avanti, ma per cambiare il voto di lista occorre modificare lo statuto e per farlo ci vuole l'ok di tutti i soci
Negli ultimi anni il gruppo ha tagliato il personale di 50mila unità. Vuole spendere qualche parola sul «Popolo Telecom»?
Bernabè. Telecom Italia ha gestito una profonda e complessa ristrutturazione con un elevato consenso sociale e sindacale. Da fuori si vede solo il numero degli usciti, ma parallelamente c'è stata una grande opera di riqualificazione del personale. Le fasce d'età che sono state oggetto di pre-pensionamenti sono state sostituite da persone più giovani, tutte prese all'interno dell'azienda, con un grosso sforzo di mobilità aziendale.
Periodicamente si torna a parlare di un possibile scorporo della rete: dal vecchio piano Rovati alle ipotesi (sempre smentite) di creare un network di nuova generazione "sottraendo" l'infrastruttura a Telecom Italia e aprendola agli operatori alternativi. L'azienda, invece, ha sempre dichiarato inalienabile questo asset.
Bernabè. Quella sulla separazione della rete è una discussione nata da un'incomprensione che riguarda le dinamiche del business. Se è vero che la componente voce della telefonia è ormai una commodity, nel futuro il nostro sarà un business di infrastruttura con livelli differenziati di servizio. Oggi parlare di scorporo non ha alcun senso industriale e anche il motivo per il quale era stato inizialmente pensato, cioè ridurre il debito di Telecom Italia, era una scelta sbagliata visto che il debito l'abbiamo ridotto ugualmente senza portare fuori dall'azienda il cuore della sua struttura. Per quanto riguarda invece le implicazioni di natura regolatoria, ricordo che Open Access abbiamo raggiunto l'obiettivo di garantire ai concorrenti la parità delle condizioni d'accesso alla rete.
Il tavolo al ministero dello Sviluppo per la costituzione di una società mista per la rete di nuova generazione sembra andare a rilento. Ci sono visioni contrapposte? Intendete comunque andare avanti?
Bernabè. Il tavolo Romani è una buona idea alla quale abbiamo partecipato fin dall'inizio. Ma naturalmente abbiamo condizioni irrinunciabili. La prima è la sussidiarietà dell'intervento dove gli operatori sono già presenti con propri investimenti. La seconda è un vincolo di accountability: è giusto che ognuno paghi l'utilizzo della nuova infrastruttura in coerenza con la propria architettura di rete. Il terzo vincolo è un'adeguata remunerazione del rischio imprenditoriale. Nel rispetto di tali criteri possiamo andare avanti. Poi è chiaro che ci sono anche altri allo stesso tavolo.
L'asta per le frequenze della banda larga mobile è in stallo. Lo Stato punta a incassare entro settembre 2,4 miliardi, gli operatori chiedono garanzie sulla effettiva disponibilità delle frequenze per le quali investiranno. Qual è la via d'uscita?
Bernabè. Il discorso è complicato. Le frequenze che lo Stato intende mettere all'asta non sono ancora disponibili. Sono infatti occupate dalle tv locali che non mi sembrano intenzionate a mollarle. Pagare per un bene che non è disponibile non sarebbe un'azione giustificabile davanti agli azionisti.
Uno dei mali cronici dell'Italia è il ritardo nell'utilizzo di internet, ma anche un digital divide più infrastrutturale, con almeno 500mila aziende non collegate. Eppure qualcosa sembra muoversi, per esempio in Lombardia avete appena annunciato un investimento congiunto con la Regione per portare la banda larga in 707 comuni, la metà di quelli lombardi, dove adesso ci si collega ancora alla velocità dei vecchio doppino. Quali sono i prossimi passi che farete?
Cicchetti. L'esempio della Lombardia è solo l'ultimo di una serie, che viene dopo un accordo simile fatto nelle Marche e in Sardegna. In Italia circa 1,8 milioni di linee, il 10% del totale, non supportano l'Adsl perchè sono in zone a fallimento di mercato. I prossimi passi che faremo sono quindi altri accordi con le Regioni che consentano di chiudere il digital divide.
Dal punto di vista economico-finanzario, quali metodi ci sono, secondo lei, per dare un internet veloce ed efficiente a tutte quelle aziende che ancora non ce l'hanno.
Cicchetti. Il metodo definito "scozzese" è quello adottato per la Lombardia. Un ente pubblico anticipa le risorse e se le aree nelle quali si investe si confermano a fallimento di mercato questi soldi rimangono investiti nel progetto. Altrimenti vengono restituiti. L'altra modalità è che lo Stato intervenga direttamente posando infrastrutture e fibra, sul modello di Infratel, affittandole poi a prezzo di mercato agli operatori. E infine ci sono i finanziamenti privati.
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