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Questo articolo è stato pubblicato il 23 marzo 2011 alle ore 12:38.

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Trentino Alto Adige - La patria di confine di Cesare BattistiTrentino Alto Adige - La patria di confine di Cesare Battisti

Il clima nazionalistico del dopoguerra esaltò la scelta ideale di quanti avevano condiviso l'ispirazione irredentista, che furono circa 700, molti dei quali pagarono con la vita la propria opzione ideale, e cancellò gli altri, quasi tutti contadini e montanari, che avevano servito sotto le insegne asburgiche: su una popolazione di 390mila abitanti (il 94% italofono e in piccolissima parte ladini), circa 55mila furono quelli che risposero alla mobilitazione e combatterono sul fronte orientale, in Galizia, Bucovina, Volinia, migliaia di chilometri lontani dalla loro terra. Oltre 10mila di essi, secondo conteggi ancora difficili, morirono in scontri immani. Molti altri (circa 12.500) furono catturati e affrontarono durissime prigionie in Siberia, finendo - dopo la vittoria della rivoluzione bolscevica - in Estremo Oriente e dovendo fare il giro del mondo prima di tornare a casa. E qui, dopo queste peripezie, partiti sudditi di Francesco Giuseppe scoprirono di essere diventati, a loro insaputa e senza essere interpellati, sudditi di Vittorio Emanuele III. Non fu solo questa la tragedia del popolo trentino. Se l'Italia conobbe il fenomeno del profugato e lo esaltò come problema nazionale solo dopo Caporetto, il Trentino fu investito da un massiccio esodo, in parte verso l'Austria (secondo calcoli attendibili, circa 75mila, distribuiti tra Boemia e Moravia in un territorio venti volte più grande della regione di origine), in parte minore verso l'Italia. Una vicenda che non aveva alcuna particolare valenza nelle retoriche nazionali e che non trovò spazio nel racconto patriottico.


Ci sono voluti più di novant'anni - tanti ne sono trascorsi tra l'esecuzione di Battisti e la pubblicazione di un libro dedicato alla sequenza fotografica della morte - perché la figura del martire fosse sottratta alle retoriche dell'eroismo e restituita alla sua grandezza, senza dimenticare le lettere scritte alla moglie nelle quali intravedeva fin dal 1915 la disperata degradazione di una guerra pur intensamente voluta. Nel frattempo - grazie allo stesso gruppo di storici trentini e al recupero delle scritture epistolari e diaristiche di combattenti, prigionieri, internati - ha preso corpo la voce di quel popolo dimenticato per essersi trovato ineroicamente dalla parte "sbagliata". Non diversamente da quanto era accaduto all'altro popolo, quello dei contadini e dei montanari italiani che avevano combattuto dalla parte "giusta" ma senza sapere perché e che avevano affidato alle loro sgangherate scritture il segno delle loro sofferenze e resistenze. Così la dicotomia si è in qualche modo sanata, a conferma del fatto che la storia e gli storici, ricostruendo le grandi cose fatte assieme o patite assieme seppur da parti contrapposte o lontane, possono contribuire a fare gli italiani.

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