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Questo articolo è stato pubblicato il 10 settembre 2011 alle ore 17:53.

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Un biohacker nel suo garageUn biohacker nel suo garage

Ricordate quando i computer erano enormi pachidermi, lenti e costosissimi, che potevano essere usati solo da personale specializzato? Poi le cose sono cambiate, e i calcolatori elettronici sono diventati piccoli, veloci e alla portata di tutti. E ora sembra che le biotecnologie stiano seguendo lo stesso sentiero: il crollo del prezzo degli strumenti di laboratorio (in particolare quelli di seconda mano) e il desiderio di tramutare la scienza in un passatempo stanno spingendo sempre più persone verso la sperimentazione biologica al di fuori del contesto ufficiale.

Privati cittadini che si costruiscono un laboratorio per le manipolazioni genetiche in garage, per effettuare semplici esperimenti (ad esempio per creare batteri fluorescenti da usare in opere d'arte "viventi") e sentirsi così parte della rivoluzione biotech prossima ventura. La "garage biology" – chiamata anche DiyBio, Do-It-Yourself Biology – è un movimento in forte crescita, composto da individui o piccoli gruppi informali che, con poche risorse e spesso senza titoli accademici, modificano – per hobby o con la speranza di fare business – semplici forme di vita.

Di questo fenomeno si parla già da alcuni anni, ma se vogliamo fissare una data d'inizio ufficiale dobbiamo risalire al 2008, quando Mackenzie Cowell e Jason Bobe hanno creato a Boston "DiyBio", un network che riunisce artisti, imprenditori e hobbisti, e che si è diffuso rapidamente a livello globale – generando subito altre sezioni americane, come il DiyBio NYC a New York o i Biocurious a San Francisco. Il legame che la garage biology intrattiene con la sottocultura hacker è evidente; non è infatti un caso che, tra gli addetti ai lavori, si parli di "biopunk" (sulla falsariga del cyberpunk) e di "biohacker", un termine con valenze a un tempo positive e inquietanti. E una delle pietre angolari della garage biology è proprio la libera condivisione delle informazioni, che in un futuro più o meno lontano potrebbe portare a una versione biotech di programmi di file-sharing come Torrent o E-Mule.

Ma come funziona dal lato pratico la DiyBio? A differenza dell'astronomia o della computer scienze amatoriali, essa richiede un equipaggiamento articolato; se quest'ultimo può essere reperito su siti come e-Bay, diversi biohacker stanno lavorando alacremente per creare versioni super-economiche e open-source dei tipici strumenti in uso nei laboratori ufficiali. Sforzi che hanno portato allo sviluppo di dispositivi per la Pcr (una tecnica per la moltiplicazione di un certo segmento di Dna) dal costo contenuto, oppure robot per la manipolazione dei liquidi e così via. Per ora si tratta però di strumenti molto semplici, non in grado di replicare le performance dei loro analoghi industriali. E poi c'è il problema del cosiddetto wetware, ossia i reagenti e i composti biochimici usati nel mondo del biotech, difficili da produrre e molto costosi; nulla però a confronto dei campioni biologici necessari per gli esperimenti. Certo, gli hobbisti possono limitarsi a testare il proprio Dna a partire dalla propria saliva o a raccogliere batteri dall'ambiente circostante, ma se si vuole fare sul serio, serve Dna proveniente da microrganismi difficili da ottenere.

Garage biology fa inoltre rima con biologia sintetica, ossia l'innovativo approccio (promosso, tra gli altri, da Randy Rettberg, Tom Knight e altri studiosi del Mit di Boston) che mira ad applicare alla biologia una logica ingegneristica, assemblando organismi nuovi a partire da "pezzi" biologici standardizzati – combinabili tra di loro un po' come i lego. Tali ricerche potrebbero portare alla creazione di microrganismi che generano energia, che attaccano tumori, che immettono farmaci nell'organismo in modo mirato, che identificano sostanze inquinanti nelle acque e altro ancora. Anche molti promotori della biologia sintetica sostengono la filosofia dell'open source, il che non può non preoccupare tutte le agenzie federali Usa dedite alla lotta contro il bio-terrorismo. Proprio per questo i Biocurious di San Francisco hanno dato inizio alla creazione di spazi comuni in cui tutti gli hobbisti possono dedicarsi alle manipolazioni genetiche in modo sicuro e soprattutto controllato, in modo da evitare che eventuali gruppi terroristici si dedichino alla DiyBio con intenti malevoli.

Ma al di là delle difficoltà del presente, quali sono le prospettive future del biohacking? È senz'altro possibile che a breve i privati cittadini siano in grado di raccogliere le proprie cellule staminali, moltiplicarle e conservarle in frigorifero per eventuali scopi medici. La biologia fai-da-te interesserà di certo anche al Terzo Mondo, vista la futura possibilità di effettuare esami clinici e biologici a poco prezzo o addirittura gratis. È infine possibile che i biohacker vengano coinvolti in sperimentazioni collettive di più ampio respiro, come capita con il Seti@home – il programma che consente a tutti di partecipare alla ricerca di segnali radio extra-terrestri – o che vengano lentamente assimilati dal mondo del business, come è già successo nel campo dell'informatica.

E se qualcuno volesse fare i primi passi in questo strano, nuovo mondo? Allora non ha che l'imbarazzo della scelta, a partire dalle risorse reperibili in rete, dai siti alle attivissime mailing list e ai forum, dove i biologi fai-da-te condividono liberamente progetti, fanno domande, danno risposte e molto altro ancora.

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