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Questo articolo è stato pubblicato il 04 aprile 2013 alle ore 16:14.

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Accelerare per non cambiare. Accade anche, tra mille incertezze e contraddizioni, per gli obiettivi comuni dell'Europa sul contenimento delle emissioni inquinanti. Dato praticamente per morto il sistema degli abbattimenti percentuali obbligatori fondato sulla generazione e commercio di quote (emission trading) rischia non solo di sopravvivere a lungo ma anche di creare ulteriori grattacapi a chi, come l'Italia, è stato palesemente penalizzato.

Ci si domanda tra mille scetticismi se tutti gli Stati membri rispetteranno il vincolo del cosiddetto 20-20-20, ovvero l'identica percentuale obbligatoria di diminuzione dei consumi tendenziali delle fonti primarie incrementando l'efficienza energetica, della diminuzione delle emissioni dannose per il clima e del ricorso alle energie rinnovabili entro il 2020. Ma nel frattempo i commissari Ue per il clima e per l'energia, la danese Connie Hedegaard e il tedesco Günter Oettinger, ben sorretti all'interno della Commissione Ue, alzano appunto il tiro: entro il 2030 l'abbattimento delle emissioni di Co2 dovrà raddoppiare, raggiungendo addirittura il 40 per cento.

Per il 2050 ancora di più
«Un eventuale nuovo target comunitario, sul modello 30-30-30 non sarebbe sufficiente» sostiene Connie Hedegaard, che aveva peraltro visto naufragare il suo progetto di elevare intanto dal 20 al 30% il taglio alla Co2 programmato dalla Ue per la fine di questo decennio. «Il nuovo quadro strategico – rimarca Oettinger – deve tenere conto delle conseguenze della crisi economica ed essere anche sufficientemente ambizioso per realizzare l'obiettivo a lungo termine di ridurre le emissioni tra l'80 e il 95% entro il 2050». Modificando, come largamente auspicato, anche l'attuale sistema dell'emission trading, magari a favore (come da molti analisti consigliato) di un meccanismo basato sulla carbon tax? Non si sa. La cruciale questione, affrontata con un certo impegno fino a qualche mese fa, sembra ora caduta nel dimenticatoio.
Sull'ipotesi di elevare al 40% entro il 2030 il taglio obbligatorio delle emissioni di C02, al centro del nuovo Libro Verde, parte intanto la consultazione degli stati membri, con l'intenzione (o per meglio dire con la speranza) di chiudere il giro di pareri entro il 2 luglio prossimo per allestire un documento condiviso, anche se con la rassegna dei suggerimenti e delle eventuali divergenze di tutti. Operazione difficile, densa di contestazioni e di evidenti contraddizioni nella stessa strategia di azione della Commissione Ue.

Il fronte del no
Sul primo versante da segnalare la contrarietà di un gruppo di paesi capitanato dalla Polonia, che produce il 95% della sua elettricità con centrali a carbone. La commissione – osservano gli analisti – confida troppo, tra l'altro, sul rapido sviluppo in Europa della cattura e dello stoccaggio del carbonio (CCS), una soluzione chiamata a rassicurare i produttori tradizionali di energia da fonti fossili stabilizzando il mix energetico del prossimo ventennio, ma che si presenta ancora immatura.
Sul secondo fronte, quello delle contraddizioni, ecco lo strabismo comportamentale messo in atto dalla stessa Hedeegard, che nei mesi scorsi ha sollevato le compagnie aeree non europee, anche se per un solo anno, dall'obbligo di partecipare all'Ets, il mercato finanziario dove si scambiano i diritti a emettere anidride carbonica. Immediata la soddisfazione delle aviolinee americane e cinesi, le più decise nel rifiuto a sottostare al patto ambientale europeo. Ma ecco le immediate e feroci critiche degli ambientalisti, di molti analisti, e delle stesse compagnie aeree europee concorrenti, che comprensibilmente considerano questa moratoria a senso unico come un indebito vantaggio competitivo in un mercato che certo non se la passa bene.

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