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Questo articolo è stato pubblicato il 16 marzo 2011 alle ore 06:39.

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Il senso di Chabod per l'autonomiaIl senso di Chabod per l'autonomia

C'è un pezzo intero di storia dell'Italia unita - un tassello del mosaico oggi dimenticato dai più - per ritrovare il quale bisogna muovere dall'estrema periferia nord-occidentale della nostra carta geografica: da una piccola valle alpina situata al confine con la Francia, la val Savarenche. Ed è un pezzo di storia che ha per protagonista un uomo a sua volta dimenticato dai più, non fosse per il rifugio valdostano che ne porta il nome: il rifugio Federico Chabod, base di partenza per intrepidi alpinisti decisi a sfidare i crepacci del Gran Paradiso.

Figlio di un notaio della val Savarenche, Chabod era nato ad Aosta nel 1901. Aveva studiato lettere e filosofia dapprima all'università di Torino, poi a Firenze, a Roma, in Germania. Si era laureato con una tesi su Niccolò Machiavelli, e si era rapidamente imposto - alla fine degli anni 20 - come lo storico più brillante della sua generazione. Aveva fatto carriera muovendosi con abilità dentro le istituzioni culturali del fascismo, e aveva scritto, negli anni 30, studi a tutt'oggi insuperati sulla vita politica e religiosa dello Stato di Milano nell'età di Carlo V.

Se, per paradosso, l'esistenza di Federico Chabod si fosse interrotta a 42 anni, nel 1943, e fosse ripresa nel 1946 fino alla morte nel 1960, non ci sarebbe ragione di ricordarlo che per lo straordinario profilo d'intellettuale: il massimo storico italiano del XX secolo. Invece la vita di Chabod comprese una parentesi di tre anni, dal '43 al '46, durante i quali non fu un professore universitario di storia, ma tutt'altro: un capo partigiano, un uomo politico, il primo presidente della regione Valle d'Aosta. E in quei tre anni proprio la sua cultura di storico - una riflessione tanto prolungata quanto profonda sulle idee di patria, d'impero, di nazione, d'Europa - permise a Chabod di teorizzare e di praticare un modello istituzionale nuovo, inedito nella storia d'Italia: il modello dell'autonomia regionale.

Durante l'autunno-inverno 1943-44, dopo che l'8 settembre aveva consegnato l'Italia all'occupazione tedesca, Chabod inaugurò regolarmente il suo corso alla Statale di Milano, dedicandolo all'evolversi (e al corrompersi) dell'idea di nazione nell'Europa moderna. Ma nei primi mesi del '44, in un'Italia ormai lacerata dalla guerra civile, Chabod decise d'imprimere una svolta alla sua esistenza. Troncò ogni legame con gli ambienti culturali del fascismo, quali avevano cercato di riorganizzarsi sotto la Repubblica di Salò. «Maiora premunt – scrisse a un amico –; ragioni più alte devono, oggi, additare la via». Senza avere più vent'anni, e senza alcuna esperienza delle armi (orfano di padre, era stato esonerato dal servizio militare) il professor Chabod scelse di risalire le sue montagne per combattere la Resistenza.

Il sentimento di rinascere, da partigiano, a una nuova vita, è testimoniato dal nome di battaglia di Chabod: "Lazzaro". Di là da questo, un nuovo inizio per le valli alpine come regioni confinarie - nel loro problematico rapporto con gli Stati-nazione, che da secoli se le contendevano - era battezzato dalla "dichiarazione di Chivasso" che alcuni intellettuali dell'antifascismo clandestino, provenienti dalla Valle d'Aosta e dalle valli valdesi, avevano sottoscritto il 19 dicembre 1943: dichiarazione alla quale Chabod aveva contribuito con un testo preliminare, in cui va riconosciuto il documento fondativo dell'autonomismo italiano. La posa della prima pietra, su cui sarebbe cresciuto, dopo la Liberazione, l'edificio politico delle regioni a statuto speciale.

Impolverandosi con le carte degli archivi di mezza Europa, Chabod storico aveva imparato a diffidare del "principio-nazione" quale entità suprema dell'umano sviluppo: e le rovine fumanti dell'Italia fascista non potevano che confermarlo in tale diffidenza. Ma Chabod aveva imparato anche, specularmente, i limiti degli irridentismi e dei separatismi: la grettezza di ogni concezione striminzita, asfittica, intollerante, del "principio-regione". Così, per lo Chabod imprestato alla politica del triennio 1943-46, il futuro delle aree italiane di confine non stava nel cambiare patria (la Francia per la Valle d'Aosta, l'Austria per l'Alto Adige, la Jugoslavia per la Venezia Giulia), né stava nello sganciarsi dalla patria (la Sardegna ai sardi, la Sicilia ai siciliani). Il futuro era quello di "piccole patrie" istituzionalmente vincolate all'Italia nuova, ma garantite da una piena autonomia linguistica, culturale, amministrativa. E votate, in quanto regioni liminari, a servire da raccordo fra lo Stato-nazione e una comunità sovranazionale: non barriere, ma ponti, fra l'Italia e l'Europa a venire.

Dal novembre 1944 al maggio 1945, le circostanze della lotta resistenziale costrinsero Chabod all'esilio in Francia. Nel frattempo, da dirigente del Partito d'Azione, era stato nominato presidente del Comitato di liberazione nazionale valdostano, e forte di questa carica aveva perorato la causa politica dell'autonomismo presso i vertici del Cln. Ma Chabod si faceva poche illusioni sull'accoglienza che i valligiani avrebbero finito per riservare - nell'Italia libera - alla sua battaglia per una Valle d'Aosta insieme autonoma e italiana. «La mia azione contro i separatisti mi apporterà, personalmente, soltanto fastidi e amarezze; quel che dovrò poi fare in Valle, mi frutterà invidie, gelosie, attacchi. Poco importa...».

Chabod fu facile profeta. In Valle d'Aosta, il paesaggio politico del dopo-Liberazione era dominato dal contrasto tra il fronte ciellenistico, di cui Chabod era il massimo rappresentante, e la neonata Union valdôtaine, che brandiva la minaccia di un plebiscito e di un'annessione alla Francia come strumento per alimentare una concezione angusta e provinciale del regionalismo. Eletto di stretta misura alla presidenza del Consiglio di valle, Chabod dovette sopportare, il 26 marzo 1946, una manifestazione popolare degli annessionisti filo-francesi durante la quale venne fisicamente percosso, e si trovò a rischiare la sua stessa vita.

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