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Questo articolo è stato pubblicato il 09 settembre 2011 alle ore 14:43.

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Anche in Italia da quest'anno sono scattati i primi licenziamenti per colpa di facebook. E' successo a Roma alla Cassa nazionale di previdenza dei commercialisti, in cui un dipendente è stato licenziato per un commento azzardato rivolto al proprio datore di lavoro. Ma succede anche nelle realtà più piccole, dove gli avvocati raccontano i primi casi e i lavoratori ne subiscono le conseguenze.

Troppo presto per tracciare un bilancio della giurisprudenza, (la maggior parte dei procedimenti sono ancora nelle prime fasi processuali), ma gli orientamenti giurisprudenziali possono in linea di massima già essere previsti.

All'utilizzo dei social network in generale dovrà essere applicata la disciplina vigente per l'utilizzo di internet sui luoghi di lavoro. Il collegamento quotidiano alla rete, e pertanto anche a facebook, per più ore al giorno, in assenza di necessità lavorative integra per i giudici giusta causa di licenziamento. Lo hanno stabilito sia le corti di merito che di legittimità, a prescindere dalle ore di connessione (da due ore fino a mezz'ora al giorno su un lungo periodo di monitoraggio). A disposizione del lavoratore poche arme di difesa, soprattutto quando si muove su facebook che permette la tracciabilità degli accessi. Su tutte, cercare di dimostrare di aver usato il pc durante la pausa pranzo, ma potrebbe non bastare. La legge tutela i beni aziendali, anche da eventuali attacchi di virus, che possono essere veicolati da un uso personale della rete.

A Genova un dipendente è stato licenziato in tronco perché usava per fini personali il collegamento a internet del cellulare aziendale. Il tribunale ha dato ragione al datore di lavoro: l'utilizzo scriteriato della rete può essere giusta causa di licenziamento, anche se avviene da uno smartphone (Trib. Genova 2 maggio 2005). Massima attenzione anche alle critiche rivolte al proprio capo.

Oltre al licenziamento, se le offese sono gravi, può scattare la querela per diffamazione che si somma al pagamento dei danni subiti. Lo sa bene un giovane di Monza che non ha perso il lavoro, ma la fidanzata. La pubblicazione di messaggi diffamatori su facebook nei confronti della sua ex gli è costato però 15mila euro di risarcimento a titolo di danno morale.

In questa occasione il giudice ha ammonito gli iscritti al popolare social network, stabilendo che "coloro che si iscrivono a facebook sono ben consci delle grandi potenzialità offerte dal sito, ma anche delle potenziali esondazioni dei contenuti che vi inseriscono" (Tribunale di Monza, IV sez. civile, 2 marzo 2010 n.770). Il messaggio è chiaro, non resta che adeguarsi.


È di oggi la notizia delle proteste da parte del consiglio francese del culto musulmano per la pagina pubblicato sul social network Facebook in cui si invitano gli internauti "a sgozzare i musulmani al posto dei montoni" il 6 novembre, durante la festa dell'Aid El-Adha (festa del sacrificio). "E' un appello all'omicidio che rischia di provocare un nuovo Oslo", la strage commessa dall'estremista Anders Behring Breivik in Norvegia, ha affermato Abdallah Zekri, presidente dell'Osservatorio degli atti islamofobici al Cfcm, istanza rappresentativa dell'Islam in Francia. Zekri ha chiesto anche la cancellazione "immediata" della pagina postata sul social network e annunciato la decisione del Cfcm di denunciare l'episodio alla procura francese.

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