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Questo articolo è stato pubblicato il 09 ottobre 2011 alle ore 15:51.

Un batterio salverà l'Amazzonia. E non ci metterà neanche tanto tempo: «Quattro o cinque anni», sostiene Greg Stephanopoulos, professore di ingegneria chimica e biotecnologie al Mit di Boston, in Italia per partecipare a un convegno organizzato da Federchimica e dall'Accademia dei Lincei in occasione dell'anno mondiale della chimica. Stephanopoulos è il "papà" di quel batterio: lo ha educato a trasformare i carboidrati in olio e ora la creatura è capace di farlo in maniera rapida ed efficiente.

«Molto di più di tutti gli altri esempi pubblicati dalla letteratura scientifica», precisa il genitore. Il suo batterio produce biodiesel da risorse rinnovabili a 25-30 centesimi di dollaro al litro, quindi competitivo con il diesel da petrolio, senza sussidi statali e senza far concorrenza alle coltivazioni alimentari. Ora il processo, sviluppato nei laboratori del Mit, dev'essere industrializzato. E Stephanopoulos ci sta provando con una startup chiamata Novogy. Da qui, alla produzione di massa, ci vorrà qualche anno. Ma Stephanopoulos è ottimista, perché vede in arrivo un grosso investimento da parte di una major petrolifera.

Certo è che la gara dell'ingegneria genetica per la produzione di biocarburanti è cominciata e chi arriverà per primo potrebbe diventare il prossimo Rockefeller post-oil. Sulla linea di partenza non c'è solo Stephanopoulos, ma anche diversi suoi colleghi, a partire da Jay Keasling, altra star della ricerca che si occupa di biologia sintetica al Joint BioEnergy Institute di Emeryville, a due passi da Berkeley. Keasling ha fondato una startup chiamata Amyris, in concorrenza con Novogy.
Come disse lo sceicco Yamani, l'era del petrolio non finirà per l'esaurimento del petrolio. Un prodotto altrettanto economico ed efficace, ma più facile da industrializzare e più ecologico, alla lunga potrebbe avere la meglio sull'originale. Non a caso, tutte le compagnie petrolifere sono molto interessate alla ricerca sui combustibili non convenzionali, tanto che Stephanopoulos ha vinto qualche mese fa l'Eni Award 2011. «Ormai non si parla più di idrocarburi solo in termini di riserve sotterranee, ma anche di riserve "above ground", riferendosi alle coltivazioni destinate a biofuel», spiega. Peccato che queste riserve comportino l'abbattimento di miglia e miglia di foreste, per destinare quei territori alla coltivazione della soja, da cui estrarre l'olio per produrre biodiesel.

Oggi, il 90% del biodiesel mondiale deriva dalla soja. La deforestazione dell'Amazzonia procede al ritmo di 7.000 km2 all'anno. Gli studi di Stephanopoulos e compagni, invece, mirano a utilizzare i batteri come "raffinerie" sempre più efficienti nella trasformazione di materie prime rinnovabili in biocarburanti con prestazioni uguali a quelle dei carburanti petroliferi, con procedimenti abbastanza poco costosi da renderli competitivi. Il risultato più rilevante ottenuto da Stephanopoulos è l'incremento della tolleranza delle coltivazioni microbiche alla tossicità dei prodotti. In questo modo aumenta la produttività nella fabbricazione di biofuel e la versatilità di trasformazione. Il batterio ingegnerizzato al Mit può produrre biodiesel da qualsiasi zucchero, acido acetico, glicerina o biomassa cellulosica. Non ha bisogno di materie prime da coltivazioni alimentari né ad hoc: basta dargli in pasto i rifiuti delle nostre tavole o delle attività agricole. «E il rendimento è doppio rispetto ai nostri concorrenti», sostiene fiero Stephanopoulos.

La ricerca, sia per Stephanopoulos che per Keasling, parte dal primo amore, la medicina: Stephanopoulos ha prodotto l'anti-cancro Taxol partendo dall'E. coli. Keasling ha fatto lo stesso con l'antimalarico Artemisinina. In tutti e due i casi, si è fatto fare a un batterio il lavoro di una pianta: il Taxol è estratto dal tasso del Pacifico mentre l'Artemisinina dall'Artemisia annua, molto diffusa in Cina. Ma perché trasferire ai batteri un compito già assolto da altre forme viventi? «I batteri sono lavoratori low cost, sostituendosi all'equivalente processo chimico che richiederebbe temperature e pressioni elevate e solventi costosi», rileva Stephanopoulos. Un buon soggetto per Charlie Chaplin e un altro Modern Times.

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