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Questo articolo è stato pubblicato il 10 agosto 2012 alle ore 06:52.
L'ultima modifica è del 10 agosto 2012 alle ore 09:17.

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Nella foto l'atleta azzurra Josefa Idem giunta quinta nella finale di canottaggio femminile (AP Photo)Nella foto l'atleta azzurra Josefa Idem giunta quinta nella finale di canottaggio femminile (AP Photo)

È sempre questione di tempo. Quello che si brucia nel lampo dello scatto, subito disteso in una progressione a testa alta senza precedenti nella storia, e il tempo che trascorre per tre decenni, epopea di una vita a Cinque Cerchi. Merito a Iosefa Idem, alla sua ultima gara olimpica, nel giorno di Usain Bolt, nel giorno del trionfo.
Re Bolt, da ieri sera alle 21 ora di Londra, quando ha fermato il cronometro dei 200 metri a 19.32 trasformando il podio in una bandiera giamaicana, capace come è stato di trascinare al secondo posto Yohan Blake e al terzo Warren Weir, rigorosamente made in Kingston. Ha vinto tutto, ha vinto sempre. Inutile compulsare gli annali, mai nessun atleta prima di lui aveva occupato il gradino più alto nei 100 e 200 individuali in due Olimpiadi di seguito. Carl Lewis? Si fermò a tre titoli. Solo le gambe lunghe e il fisico allampanato di Usain sono riuscite a entrare nella leggenda della velocità. Comincia tutto come sempre. Il segno della croce, lo sguardo rivolto al cielo accompagnato dall'indice che mette in guardia il Signore. «Stammi vicino». E Dio lo prende per mano alla partenza, lo spinge in curva da dove esce già decisamente in testa e nella galoppata finale quando lascia a distanza inarrivabile l'amico Yohan per piombare, infine, sulla linea con le dita sulle labbra. Un bacio all'arrivo, al pubblico, ai Giochi, a sé stesso. Gigione? Anche in questo senza uguali, tanto da fare un paio di flessioni sulle braccia appena passato il traguardo. SuperBolt, in attesa delle repliche di Team Giamaica nelle staffette.

Quando le luci della sera calano su Londra resta l'epica di un'altra giornata speciale, tutta italiana. Nelle ore che celebrano il mito della saetta si è chiusa la storia più lunga di un'atleta alle olimpiadi. Di una donna-atleta. Iosefa Idem, 48 anni, s'è scusata, con il garbo che ce la fa amare da sempre, per essere arrivata quinta agli ottavi Giochi della sua vita, lontana solo un ultimo colpo di reni da un'altra medaglia dopo gli ori, gli argenti e i bronzi di stagioni andate. Un monumento alla tenacia, alla determinazione, alla volontà, Iosefa, sorretta dall'energia fisica e mentale di quei colpi di pagaia che cadevano nelle acque di Eton Dorney a ritmo accelerato. La risalita è stata entusiasmante e il bronzo lo abbiamo sognato con lei. «E io con voi tutti, in questi anni... è mancato quel pochino, Dio bono, ma se lo rifacessimo domani...». Non ti crucciare, Iosefa non ha colore quanto hai lasciato all'Italia. «Alla faccia dello spread», come ha voluto dire, sottolineando, con una battuta complice, la sua appartenenza all'Italia e non più alla Germania natale. La speranza di Iosefa è che il suo esempio possa dare ai «giovani la gioia di inseguire il futuro». Detto fatto. Poche ore più tardi la ventitreenne Martina Grimaldi ha sparso altre manciate di batticuore nel petto degli italiani per la 10 chilometri di nuoto. Bracciate potenti come la pagaia si sono viste nelle acque di Hyde Park, forti abbastanza per portare a casa il bronzo mancato da Iosefa e che Martina ha voluto subito regalare ai terremotati della sua Emilia.

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