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Questo articolo è stato pubblicato il 08 marzo 2013 alle ore 15:40.

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Più vicina la guerra commerciale del solare tra Ue e CinaPiù vicina la guerra commerciale del solare tra Ue e Cina

La guerra commerciale sul solare tra Cina e Unione Europea è a un passo dalla dichiarazione ufficiale: nei giorni scorsi la Commissione europea ha imposto la registrazione delle importazioni di pannelli solari (moduli e altri componenti chiave) dalla Cina. Sostanzialmente, qualunque prodotto in entrata nel mercato Ue e proveniente dalla Cina dovrà essere registrato per i prossimi nove mesi dalle autorità doganali dei 27 Paesi membri.

La decisione di Bruxelles non arriva all'improvviso ma, piuttosto, nel bel mezzo di un contenzioso che ormai da mesi vede contrapposta l'industria del fotovoltaico europea a quella asiatica. Nel corso degli ultimi anni i produttori cinesi (Yingli, Suntech, Canadian Solar, tanto per citare i più noti) hanno conquistato la maggioranza assoluta del mercato fotovoltaico europeo, il principale al mondo, grazie a una politica aggressiva di prezzo, provocando la crisi dell'industria solare europea. Molti produttori del Vecchio Continente, tra cui diverse aziende italiane e tedesche, hanno dovuto fare i conti con fallimenti, acquisizioni e drastici tagli al personale. Una situazione simile si stava verificando anche sul mercato americano ma Washington, nel maggio 2012, ha rotto gli indugi e ha imposto pesanti dazi all'ingresso all'importazione di pannelli solari Made in China, motivati con l'accertamento di azioni di dumping (ossia di vendita all'estero a prezzi inferiori rispetto a quelli praticati sul mercato interno) da parte delle aziende del dragone, in violazione delle norme del Wto.

L'esempio americano ha spronato anche l'industria europea che, a stretto giro di posta, tramite l'associazione Eu ProSun, ha presentato due distinte denunce a Bruxelles sull'affare solare, una per dumping e l'altra per concorrenza sleale. L'Unione Europea, nonostante alcune titubanze (il cancelliere tedesco Angela Merkel si era espressa a favore di un compromesso con Pechino), ha deciso di avviare indagini ufficiali su entrambe le denunce, tanto che una prima decisione provvisoria è attesa per il prossimo 6 giugno. La registrazione obbligatoria dei prodotti registrati si inserisce proprio in questo contesto, in quanto la Ue a giugno potrebbe imporre dazi retroattivi (sino a 90 giorni) sui prodotti cinesi registrati. L'imposizione di misure protezionistiche anche sul suolo europeo, dopo questa decisione, appare, insomma, davvero vicina. Sui possibili effetti di questi eventuali provvedimenti ci si divide: da una parte Eu ProSun vede nei dazi l'unica possibilità di riequilibrare una competizione internazionale distorta dal dumping cinese e dagli aiuti di Stato, salvaguardando così i posti di lavoro nell'industria europea del fotovoltaico.

I produttori comunitari, inoltre, mettono in guardia dalla possibilità che un settore cruciale per la generazione elettrica del futuro come il fotovoltaico finisca completamente nelle mani della Repubblica popolare. La difesa delle aziende asiatiche, naturalmente, è a tutto campo: il dumping e la concorrenza sleale non esisterebbero, mentre i prezzi più competitivi dei pannelli cinesi sarebbero resi possibili da una migliore organizzazione di filiera. Inoltre, l'eventuale imposizione di dazi avrebbe effetti nefasti per il fotovoltaico europeo, con l'innalzamento dei costi e la perdita di occupazione lungo tutta la filiera (non solo produzione di celle e moduli, ma anche progettazione e installazione). L'esperienza degli Usa, per il momento, ha evidenziato soprattutto il netto calo delle importazioni di pannelli cinesi. Pechino, ovviamente, non sta a guardare e, oltre alle rimostranze verbali, nei mesi scorsi ha ufficialmente accusato l'Unione europea presso il Wto, denunciandone la concorrenza sleale sulla questione dei bonus per il Made in Ue, concessi in alcuni Stati (tra cui l'Italia) ai moduli di fabbricazione europea.

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