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Questo articolo è stato pubblicato il 17 luglio 2012 alle ore 08:10.

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Tutto ciò sarà trasformato, dopo i Giochi, nel Queen Elizabeth Olympic Park, un nuovo pezzo nella sconfinata Londra sul cui destino imperversa la polemica. E qui ritorniamo a John Maynard Keynes. Pesa il sospetto che l'investimento pubblico abbia rinunciato alla mission iniziale, abbandonando l'eticità del recupero sociale per agevolare la speculazione. In un affondo di rara durezza The Guardian ha sostenuto che «le Olimpiadi di Londra sono il parallelo sportivo di Royal Bank of Scotland: assorbono fondi pubblici a beneficio esclusivo del settore privato». Le illazioni sull'arrivo di investitori del Qatar si moltiplicano e si nota che il primo parco creato a Londra in un secolo e mezzo non sarà gestito dalle agenzie di stato, ma da privati.

Lo stupore, stupisce: in Gran Bretagna si sta sperimentando la privatizzazione di ospedali, polizia, carceri, e la manutenzione del parco, francamente, non sorprende.
Il dibattito è ininfluente sugli umori dei londinesi, eccezion fatta per i residenti nelle aree investite dallo tsunami sportivo. A scuotere sono altre considerazioni, per ora. Una per tutte: i trasporti. Lo sforzo è stato erculeo: miliardi stanziati in budget per gli anni a venire sono stati anticipati consolidando il network di ferrovie e metropolitane che cinge l'area dei Giochi. Dovranno bastare. «Queste Olimpiadi sono car - free - spiegano all'Oda - non ci provi nemmeno a muoversi in auto». Resta da vedere se il suggerimento sarà raccolto anche dai tre milioni di pendolari che si calcola saranno mossi da fervore olimpico nelle due settimane più calde di questa estate britannica.

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