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Cina: Ue accentua la stretta su Pechino per yuan e commercio

di Antonio Pollio Salimbeni

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16 novembre 2007

Per quanto modi e toni siano pacati e quasi sottotraccia, l'Europa si appresta a compiere una mossa nei confronti della Cina che è di massima importanza politica ed economica. Il 27 novembre quella che è già stata battezzata ‘troika', formata dal presidente dell'Eurogruppo Juncker, dal presidente della Banca centrale Trichet e dal commissario Almunia, si incontrerà con il primo ministro cinese, il ministro delle finanze e il governatore della banca centrale. E' la prima volta che accade a dimostrazione che, pur restando un organismo informale, l'Eurogruppo ha di fatto compiuto un salto di qualità nel profilo politico.
E' vero che la missione anticipa il vertice bilaterale Ue-Cina ed è quasi contemporanea al viaggio a Pechino del presidente francese Sarkozy, che ha anticipato quali sono le sue opinioni in materia: la debolezza del dollaro e dello yuan riflettono un disordine monetario che rischia "di tramutarsi in guerra economica". Ciò, però, nulla toglie alla assoluta novità dell'evento, anzi la rafforza.
La troika europea non parlerà come Sarkozy, ma la sostanza è simile. Chiederà senza mezzi termini che sia accelerato l'apprezzamento del tasso di cambio dello yuan, cioè che siano messi in pratica gli auspici espressi all'inizio dell'autunno dal G7 a Washington. Da quando si è sganciato dal dollaro (luglio 2005) lo yuan, mentre si è rivalutato di circa l'8,6% sul biglietto verde, si è deprezzato di circa l'11% contro l'euro e del 9,5% contro la sterlina.
L'opposto di quanto indicherebbero i fondamentali dell'economia. Nell'ultimo rapporto di previsione, la Commissione europea conclude che "se il deprezzamento del dollaro di per sé non rappresenta una minaccia significativa alle prospettive economiche, il fatto che paesi con grandi surplus di parte corrente, in particolare la Cina, gestiscano i loro tassi di cambio rispetto al dollaro piuttosto che in relazione a un paniere di valute che rifletta l'importanza del commercio del paese è motivo di grande preoccupazione".
Nei primi otto mesi di quest'anno il deficit commerciale europeo con la Cina ha raggiunto quota 100,8 miliardi di euro. Tra gennaio e agosto 2006 si trovava a quota 80,2 miliardi, un rialzo pari al 25,7%; l'anno scorso il deficit europeo è stato di 130,68 miliardi, in rialzo del 20,4% rispetto al 2005.
L'Europa, che è per la Cina il primo partner commerciale davanti sia agli Usa che al Giappone, non può più attendere.
Gli ‘sherpa' che stanno preparando la missione europea di fine mese definiscono "astronomica" la progressione di aumento del deficit commerciale. Va frenata, subito. C'è una cifra che sta ossessionando Bruxelles, 20 milioni di dollari. Corrisponde all'aumento orario del deficit commerciale tra Ue e Cina. La rivalutazione dello yuan non risolve il problema, ma almeno raffredda un po' l'export, un'industria cinese minata da sovracapacità produttiva e un costo del capitale che il commissario al commercio Peter Mandelson ha recentemente denunciato "artificialmente basso".
Vertici del genere non producono risultati immediati. D'altra parte, il modo migliore per non ottenere nulla è quello di dare "lezioni", cosa che gli europei hanno subito detto di non voler fare. Non per questo sarà un giro di valzer. Non è un caso che proprio mentre si preparano intensamente gli incontri diplomatici, a Bruxelles si stia lavorando al rafforzamento delle misure antisussidio. L'idea è affidare alla Commissione europea il potere di avviare le procedure contro le sovvenzioni di cui godono quelle imprese estere che hanno ottenuto lo status di imprese di mercato in azioni anti-dumping precedenti senza aspettare le denunce dei produttori europei.

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