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Questo articolo è stato pubblicato il 08 agosto 2012 alle ore 13:40.

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Alex Schwazer durante la conferenza stampa (Afp)Alex Schwazer durante la conferenza stampa (Afp)

Il campione non ha il volto deformato dalle lacrime e dalla vittoria alle Olimpiadi di Pechino 2008. Alla conferenza stampa in cui deve spiegare perché si è dopato, Alex Schwazer, 27 anni, unica speranza italiana di una medaglia nell'atletica, si presenta triste e calmo. «Mi spiace», «ho fatto tutto da solo», «un grande errore», «non voglio nessuna riduzione di pena. Ho sempre detto "chi si dopa deve essere squalificato a vita". Domani vado a Bologna, devo ridare pistola e tesserino, se non ci fossero stati i carabinieri, non avrei potuto fare quello che ho fatto».

Finisce la storia del ragazzino che a 23 anni stupì il mondo e rese orgogliosa l'Italia: «Quando cresci ti fai delle domande, e io ho deciso di fare questo passo». Inizia forse quella di un uomo che ama «la vita normale, la sogno». A cui non è mai piaciuto lo schema di gioco e di vita «se tutto va bene ti osannano, se va male sei un grande coglione». Confessa: «Se avessi fatto solo la 50 km e non anche la 20 km avrei vinto, ero in forma. Non sono stato lucido: ho voluto tutto, ho perso tutto». Parla molto di Carolina Kostner, pattinatrice, fidanzata dal 2008, stella come lui: «Non sapeva nulla, è stato facile dirle che quella in frigo era vitamina B12. È una persona fantastica, mi è stata vicina in queste ore, mi ha detto: "non te lo meriti". La differenza fra lei e me è che Carolina pattina per piacere, io correvo perché ero bravo, per senso del dovere». Alla sempreverde domanda sul fatto che i giovani lo potevano vedere come modello, risponde: «Io sono un caso estremo, nel bene e nel male. Non fate come me. Se avete talento fate quello che sapete fare, non per dovere ma per passione. Così arrivi davvero dove vuoi. Io non provavo piacere, mi veniva la nausea».

Alex non ha detto dell'Epo né alla fidanzata, né alla famiglia né all'allenatore «perché non volevo mettere nei guai nessuno e anche un po' per vergogna». Racconta il suo inferno sotto forma di un viaggio di tre giorni ad Antalia, in Turchia: «Sono andato all'estero, da solo, ho preso l'eritropoietina in farmacia: ho messo 1.500 euro sul tavolo, il farmacista mi ha dato quello che volevo. È stato un momento bruttissimo; non lo avevo mai fatto, ero solo in una stanza, fare quello che stavo facendo è stato difficile. Mi sono allenato come sempre: il 13 luglio ho avuto un controllo. Dopo ho iniziato a fare le iniezioni di eritropoietina, psicologicamente è stata una mazzata».

Anche se non fosse stato scoperto non sarebbe stato in grado di arrivare alla fine «mentalmente mi sentivo distrutto. Il 29 luglio, tra l'altro compleanno di mia madre, mi son fatto l'ultima iniezione. Lunedì 30 hanno suonato a casa mia, sapevo che era il controllo antidoping ma non avevo la forza, non ho avuto la forza di dire a mia madre non aprire, non ci sono - perché potevo farlo, due controlli si possono saltare, chi è dell'ambiente queste cose le sa. Non vedevo l'ora che finisse tutto: ho fatto quel controllo, sapevo che sarei risultato positivo, sono dispiaciuto ma felice: è finito tutto. Riuscirò a fare una vita normale. Mi pesava vedere la fidanzata una volta al mese, la famiglia una volta ogni 15 giorni».

Davanti a domande spicce, Alex sembra un gigante. «Come la racconti tu sembra la storia del marito che ha un'amante e lascia tracce per farsi scoprire dalla moglie. Un suicidio» osserva un gornalista. «Chiedi a mia madre quante volte ho detto "basta non ce la faccio più. E tutti a dirmi non puoi smettere". Credo che solo uno che vive una simile situazione addosso possa capire. La mia situazione era disperata, io ero disperato. Quando sei a casa, la tua fidanzata va all'allenamento, tu ti chiudi in bagno per farti una iniezione di Epo nella vena». Non è possibile fare tutto da solo, la prima obiezione degli addetti ai lavori. Un ragazzo nato nel 1984 non poteva che rispondere: «Vi posso assicurare che su internet si trova tutto: mi sono informato e ho scelto l'estero perché sapevo che in Italia, con le intercettazioni, non si possono fare queste cose, nessuno scappa. In Italia ci vuole la ricetta, in certi paesi più poveri, vi posso assicurare che non fanno tanti problemi». «Come pensavi di farla franca?» insiste un altro giornalista. Alex paziente ripete la risposta a questa storia. «Il problema era non aprire quella porta il 30 luglio: potevo far dire a mia madre che non c'ero. Non sarebbe successo niente. Con un controllo mancato non succede niente. Tutto questo non sarebbe successo. Non avevo la forza di continuare in questa bugia».

Schwazer assicura che la sua medaglia di Pechino è pulita, lui era pulito: «Sogno che vengano rianalizzate le urine 2008. Spero che tutto venga rianalizzato, spero che tutti i miei controlli ematici vengano pubblicati e che qualche medico che ne capisce, non uno che ha solo voglia di dire due cose, dica che non vi poteva essere alcuna traccia di doping. Avevo un'emoglobina a 12.9. Con un valore così di solito non si possono vincere le Olimpiadi». Dalla sala stampa di Bolzano si sente una voce femminile insistere «chiedete ancora di Ferrari».

Michele Ferrari, il discusso dottore a cui si è rivolto anche il ciclista Lance Armstrong. «Perché uno si rivolge al dottor Ferrari? Un atleta pulito non lo vuole incontrare neanche per strada, perché sei andato a cercarlo?» chiede un cronista. «Quando l'ho conosciuto - risponde Schwazer - non avevo in testa di doparmi. Ma lui non è solo un dottore, è soprattutto un preparatore. In Italia le cose vanno a caso: se l'atleta sta bene, tutti contenti, volevo una preparazione per vincere. Lui è il migliore. Non esiste più lo sport che ti ubriachi con un amico e poi il giorno dopo lo sfidi in gara». È tutto programmato, quanto mangiare, quanto dormire, come respirare. Insiste: «Conosco il personaggio Ferrari, oggi non voglio parlar male di nessuno ma non devo coprire nessuno. L'ho contattato perché atleticamente non mi sentivo a posto. Ma non l'ho più sentito dall'inizio 2011, quando ho saputo del casino con i ciclisti». Né condanna la federazione: «Non sapeva niente. L'unica cosa che voglio dire è che ieri il presidente ha detto che avrei preso le sostanze in un centro di Biathlon a Innsbruck, non esiste un centro del genere lì, e io non sono mai stato a Innsbruck».

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