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Questo articolo è stato pubblicato il 25 gennaio 2013 alle ore 06:41.

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L'inedito di queste elezioni è che gli italiani non sono mai andati a votare con un ciclo economico negativo e previsioni che restano cupe. Roberto Monducci, direttore del Dipartimento sui conti nazionali e statistiche economiche dell'Istat, la chiama «recessione profonda e persistente» perché non solo è intensa, ma è durevole e quindi crescono i rischi di effetti negativi permanenti sull'economia. Una prima volta per le elezioni italiane che mai – almeno dalla seconda repubblica – sono capitate nel punto più negativo di un ciclo. E la prima volta anche di una campagna elettorale in tempo di crisi che dà pochissimi margini alle promesse strabilianti del 2001 o 2006 o 2008, quando si poteva parlare di un milione di posti di lavoro in più, di meno tasse per tutti o perfino di miracolo italiano. L'aria fredda dell'economia gela i comizi, la propaganda in tv si concentra più sulle colpe che sui rimedi, tanto sono ristretti i margini di azione. Senza contare che le previsioni negative del Pil si devono combinare con gli impegni europei di pareggio di bilancio e fiscal compact.

Insomma, la storia di queste elezioni è unica, purtroppo in senso negativo, visto che le altre dal 2001 a oggi si sono svolte con il vento che gonfiava la propaganda. «I dati sulla cronologia del ciclo economico mostrano che le precedenti elezioni per due volte sono avvenute in corrispondenza di un punto di massima espansione del Pil (maggio 2001 e aprile 2008), mentre nel 2006 si è andati alle urne dopo un intero anno di crescita, e con un ulteriore biennio di espansione di fronte». Una fotografia che Monducci vuole precisare. «Nel 2008 si era toccato il punto massimo ma al voto si andò quando si era appena all'inizio di un'inversione ciclica che avrebbe portato ad una recessione durissima ma concentrata sia temporalmente sia da un punto di vista dei settori dell'economia coinvolti. Ne uscimmo con la ripresa del commercio mondiale ma senza lo slancio degli altri Paesi». In un certo senso siamo rimasti "al palo" mentre gli altri paesi sono ripartiti con molto più slancio, recuperando rapidamente i volumi di produzione perduti. Una lenta marcia che è finita per diventare una marcia indietro fino a queste elezioni. Una fotografia mai vista, racconta Monducci. «Dal 2008 a oggi possiamo calcolare una perdita di Pil reale del 6,8%, frutto di due recessioni e di un breve e debole intermezzo di ripresa». Questo vuol dire che in una legislatura, incluso l'anno "tecnico" di Monti, siamo scivolati in un pozzo, per non usare l'inflazionato baratro.

Ecco, questi sono i numeri che la campagna elettorale sta ancora tacendo. Perché oltre trovare i colpevoli servono le vie d'uscita a quello che sembra un destino segnato. «Le previsioni – racconta Monducci – indicano un'accelerazione del commercio mondiale ma su tassi molto più bassi che nei periodi precedenti, nulla a che vedere con il +9% del 2006. Per il 2013 il Pil, secondo le previsioni Istat, dovrebbe segnare -0,5% ma con un tasso di disoccupazione in crescita all'11,4% dal 10,6% previsto per il 2012». Avremmo potuto votare nel 2011, quali le differenze rispetto al fatto che votiamo un anno dopo? «Come è scritto sui nostri rapporti e come abbiamo spiegato nelle audizioni parlamentari, nel novembre 2011 con uno spread e tassi di interesse sul debito altissimi (anche a breve) eravamo nel pieno di una pericolosa crisi finanziaria e, come se non bastasse, alla vigilia di una svolta recessiva perché la caduta del Pil è iniziata nel terzo trimestre 2011». Insomma, il precipizio già c'era e per invertire la marcia sui conti pubblici il carico di tasse si è abbattuto sul reddito disponibile degli italiani, già condizionato negativamente dal ciclo recessivo e dalla debolezza del mercato del lavoro.

Anche qui i numeri danno i brividi: il potere d'acquisto delle famiglie nel secondo trimestre 2001 (si votò a maggio) aveva un ritmo di crescita dell'1,8% mentre il Pil viaggiava a +2,1%; nel 2006 il Pil era a +1,9 e +1,3% il potere d'acquisto; nel 2008 -0,2% (era l'inizio della svolta in negativo) il Pil e +0,2% il reddito disponibile reale delle famiglie. «La fase attuale è molto diversa – dice Monducci – con una riduzione tendenziale del Pil del 2,4% nel terzo trimestre 2012 e un crollo del potere d'acquisto (-4,4%)». E siccome questa è una «recessione persistente», l'apnea prolungata del sistema produttivo rischia di distruggere capacità produttiva e minare strutturalmente la competitività delle imprese, con effetti rilevanti sul potenziale di crescita economica e sulla disoccupazione. I tassi di disoccupazione in prossimità del voto raccontano storie diverse: nel 2000 la disoccupazione era al 10%, nel 2005 al 7,7%, al 6,1% nel 2006 mentre per il 2012-2013 la previsione annua Istat è del 10,6% e dell'11,4%.

In un quadro fosco c'è sempre un punto più buio e oggi questo è il rapporto debito/Pil schizzato dal 103,3% delle elezioni 2008 al 120,7% del 2011. «Caduta del Pil combinato con l'aumento del costo per il servizio del debito spiegano l'accelerazione», racconta Monducci che però apre due squarci in tanto nero. «Abbiamo due note positive: un saldo primario di finanza pubblica strutturalmente positivo che rappresenta un "bene comune" importante e può garantire qualche margine in più alle politiche fiscali». L'altra nota in chiaro riguarda le imprese. «L'export va bene perché le aziende italiane sono competitive e stanno sfruttando tutte le possibilità offerte dalla crescita della domanda mondiale. Il problema è che l'apertura internazionale dell'economia italiana è ancora piuttosto bassa; in termini di Pil, l'export pesa meno del 30% e una sua crescita, per quanto sostenuta, non riesce da sola a compensare la caduta della domanda interna, depressa soprattutto a causa della forte riduzione del potere d'acquisto delle famiglie». Ecco, quest'ultimo passaggio ci porta dritti al problema dei problemi: la pressione fiscale. Anche qui il peso è cresciuto nei vari momenti elettorali: considerando i dati cumulati dei primi due trimestri di ciascun anno, la pressione fiscale era pari al 37,9% nel 2001, al 39,3% nel 2006, al 39,1% nel 2008 per arrivare al 40,7% nel 2012. In questi numeri c'è una risposta su quello che ci serve per prendere ossigeno. Non solo in campagna elettorale ma dopo il voto.

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