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Questo articolo è stato pubblicato il 28 febbraio 2013 alle ore 07:18.

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Una convergenza scontata su macro-temi come la Tav e le possibili defiscalizzazioni su lavoro e attività produttive uniscono il Pd al Pdl più di quanto non li dividano il conflitto d'interessi o la lotta alla corruzione. Ma se il cantiere Lione-Torino resta un tabù per il Movimento a 5 stelle, è invece sulle infrastrutture leggere (banda larga) o su riforme che tocchino nuovamente gli ammortizzatori sociali (sussidio di disoccupazione) che le convergenze con i Democratici possono essere trovate.

Sullo sviluppo il filo comune è costituito dall'attenzione alle piccole e medie imprese. Il Pdl parte dallo slogan – «centralità delle Pmi nel modello di sviluppo italiano» – per poi allinearsi a Pd e M5S sul tema degli sgravi fiscali. Il partito di Bersani punta soprattutto su una nuova formulazione di sconti fiscali sugli utili che le imprese decidono di reinvestire in azienda, mentre la ricetta di Grillo mette in primo piano gli sconti contributivi per gli imprenditori che abbiano meno di 35 anni. Il focus sui giovani imprenditori paradossalmente accomuna soprattutto M5S e il Pdl, che propone un intervento fiscale di durata triennale per gli under 35. Un sicuro terreno comune tra Pd e Pdl è rappresentato dal sostegno all'innovazione, che per entrambi andrebbe supportato con un credito di imposta strutturale per gli investimenti. Non è invece definito l'impegno fiscale per la ricerca industriale nel programma M5S, che in modo generico a «finanziare la ricerca indipendente attingendo ai fondi destinati alla ricerca militare».

Per la manifattura, se il Pd intende rilanciare il programma Industria 2015, riattualizzandolo in Industria 2020, non va dimenticato che l'ultimo governo di centrodestra, seguito a ruota dall'esecutivo tecnico, ne ha lentamente decretato l'accantonamento. Il Pdl sembra puntare in misura prevalente su distretti e reti di imprese, mentre la base di Grillo, interpellata con un sondaggio online, fa storia a sé con la suggestione dal sapore vagamente autarchico di proteggere le produzioni locali attribuendo il marchio "made in Italy" solo alle aziende che producono in Italia, senza considerare chi mantiene cervello e ricerca nel nostro Paese pur diversificando la produzione tra sedi nazionali ed estere.

Sul tema del lavoro Pd e Pdl potrebbero trovare un terreno comune in quelle correzioni alla legge Fornero capaci di ridare maggiore flessibilità in entrata (l'articolo 18 non si tocca per entrambi) e in grado anche di alleggerire il peso fiscale e contributivo sui contratti. Con M5S se entrambi i partiti troverebbero impossibile condividere proposte come l'abolizione della legge Biagi, i Democratici potrebbero invece aprire un confronto sull'obiettivo del sussidio universale di disoccupazione, magari da affiancare a un completamento della riforma degli ammortizzatori sociali avviata con l'Aspi. Sempre che, naturalmente, si riescano a reperire le necessarie coperture. Un terreno, quello dei saldi di finanza pubblica, sul quale le tre forze tornano a polarizzarsi. M5S punta su una ristrutturazione del debito e una drastica diluizione degli oneri per interesse di dubbia praticabilità sui mercati internazionali. E per di più pone la questione del referendum sull'euro. Pd e Pdl hanno ricette diverse sui tagli alla spesa e operazioni di riduzione del debito ma sono per il rispetto pieno degli impegni presi in Europa con il fiscal compact. Si deve tentare, per entrambi, la strada di un ammorbidimento di quegli impegni, magari facendo leva sull'uscita dalla procedura d'infrazione per deficit eccessivo che si dovrebbe concretizzare in primavera.

Un pensiero va infine al fisco. E quindi, come se fosse un riflesso pavloviano vista l'ultima campagna elettorale, all'Imu. Con la sua proposta di renderla detraibile fino a 500 euro il Pd si rivela equidistante dai grillini e dai pidiellini. Intenzionati come sono a cancellarla sulla prima casa.

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